Vi racconto i concorsi


di Angelo D’Orsi

Ho lanciato qualche tempo fa, con il collega Piero Bevilacqua, l’appello L’Università che vogliamo, che non solo ha avuto un notevole successo, ma ha prodotto una serie di assemblee culminate negli Stati generali dell’Università italiana (il 31 marzo a Roma), da cui è poi scaturito, in un paziente lavoro di raccolta di suggerimenti, aggiunte, correzioni e revisioni, un documento che abbiamo chiamato Carta di Roma (ora sui siti http://www.amigi.org e www.historiamagistra.it). Su questa base numerosi docenti di vario ambito disciplinare, organizzati in commissioni di lavoro, stanno provando a disegnare un progetto radicalmente alternativo all’università che in una sostanziale continuità (sia pure con qualche momento di timida rottura), ha portato da Luigi Berlinguer all’attuale ministro Profumo, toccando la punta più efferata nella cosiddetta riforma Gelmini. In attesa di ottenere qualche risultato pratico, ci tocca ancora assistere o subire le nefandezze del sistema.
Sono, come si sa, ormai pochissimi i concorsi per l’assunzione di personale docente e ricercatore e sono pressoché tutti seguiti da ricorsi dei concorrenti sconfitti. Normale, si dirà, in una situazione di terribile lotta per la vita, ove si pensi che ormai ci sono decine di migliaia di precari della ricerca che reggono larga parte del peso didattico e organizzativo dei nostri atenei, tutti senza prospettiva, e la gran parte più vicina ai 40 che ai 30 anni, e non pochi sono coloro che hanno traguardato il mezzo secolo di vita. E oltre. Dunque la lotta è durissima: come sempre guerre tra poveri determinate da politiche miopi (che purtroppo hanno accomunato largamente governi di centrodestra e di centrosinistra), da strutturali carenze di fondi, via via aggravate dai famigerati tagli lineari e dal micidiale combinato disposto di incapacità organizzativa e pochezza culturale.
Malgrado questo, l’Università italiana, vittima negli ultimi anni di una sistematica campagna di diffamazione basata su cifre truccate (Giavazzi-Alesina e Perotti, tanto per far qualche nome: consiglio l’illuminante librino di Francesco Coniglione, Maledetta Università, Di Girolamo editore), e inique generalizzazioni, non è affatto tra le peggiori del mondo, come amava ripetere la passata ministra.
Eppure le sue colpe le ha. E non vuole emendarsene. La maggiore concerne appunto il cosiddetto reclutamento. Ovvero i concorsi. Quelli che producono ricorsi. Malgrado oggi l’attenzione della pubblica opinione sia diventata assai più forte, e a dispetto delle sentenze dei Tar che cominciano a dar ragione ai ricorrenti, i membri delle Commissioni giudicatrici continuano a comportarsi come padreterni, convinti di poter imporre le loro scelte anche quando del tutto implausibili, certi dell’impunità, anche se vanno contro le leggi e i regolamenti; e, soprattutto, fiduciosi che nell’Accademia nessuno si muoverà per esprimere un dissenso, levare una voce di protesta, perché tutti aspettano il proprio turno per compiere in autonomia, ossia prescindendo dal valore dei candidati, le proprie scelte: ossia far vincere chi deve vincere.
Ora, intendiamoci, ci sono ottime ragioni per sostenere la cooptazione, e personalmente le ho esposte, per iscritto e oralmente, in molte circostanze, anche su questo giornale, su MicroMega rivista e on line, nel dibattito che ha accompagnato e predisposto la Carta di Roma. La cooptazione è il mezzo attraverso cui si formano le scuole, lo strumento col quale un maestro passa il testimone agli allievi migliori, dopo averli formati, selezionati, accuditi, fatti crescere, insegnando loro metodo e tecniche. Ma la cooptazione, lecita, e a mio avviso giusta, deve avere un limite: bisogna che il candidato da cooptare abbia i requisiti minimi, ossia non sia palesemente inferiore agli altri concorrenti (in ogni caso attraverso la cooptazione il maestro si qualifica o si squalifica). Di solito per ovviare a questo problema si fanno concorsi blindati: ossia i titolari di una certa disciplina si accordano tra loro affinché nessuno vada a “rompere le scatole” (così si dice nel lessico accademico), mandando i propri allievi a concorrere a un posto che è stato richiesto e bandito con un vincitore in pectore, designato dal cattedratico di quel certo ateneo e facoltà. In questo modo l’ “interno” avrà vita facile: i candidati forti saranno dirottati ad altro concorso, invitati cioè ad aspettare il proprio turno, quello che il cattedratico indicherà, con l’accordo, se possibile, dei seniores di quella certa disciplina. E se vi saranno dei riottosi, toccherà ai loro padrini convincerli a rinunciare. O saranno gli stessi commissari a esercitare pressione, se si sono presentati, affinché si ritirino. Tanto più il vincitore in pectore è debole, tanto meno numerosi debbono essere i suoi competitors. Ovvio.
Ma esistono altre pratiche, quando il sorteggio (sempre ove si creda ai sorteggi effettuati presso il Ministero, senza alcun controllo esterno; io personalmente ci credo poco) sia sfavorevole: ossia due commissari si accordano sul vincitore ancora prima che la commissione sia insediata; e il vincitore, ovviamente, è di solito l’allievo/a di uno dei due, e fanno carte false per farlo prevalere, semplicemente contando sulla forza della maggioranza, a prescindere dal cosiddetto ius loci (il diritto di far prevalere l’interno, quanto meno a parità di merito), e soprattutto a prescindere dalla giustizia e dalla verità.

Clamoroso il recentissimo caso di Catania, per un posto da ricercatore a tempo determinato (3 anni, più 2 eventuali) di Storia contemporanea nel quale, contro l’evidenza, il buon senso e persino la normativa vigente, la commissione ha fatto vincere un’architetta, tale Melania Nucifora (ignota alle cronache della storiografia), addirittura priva del titolo di Dottore di ricerca (oggi praticamente obbligatorio), e con una produzione scientifica incongruente col settore disciplinare (Msto/04), a danno di un candidato incomparabilmente più forte, provvisto di ben 4 monografie. Un episodio che suona come un’offesa alla stessa università che ha bandito il posto, e che, pur davanti alla sentenza del Tar che ha dato ragione al ricorrente (Giambattista Scirè, apprezzato studioso, già ben noto alla comunità degli storici), sembra disinteressarsi della vicenda. Altrettanto, gli storici contemporaneisti. Cane non mangia cane. Ma non sarebbe ora di rompere il silenzio? E di rialzare la schiena? La commissione, invitata dal Tar a rivedere il suo giudizio, clamorosamente incongruo rispetto alla realtà dei candidati, e da molti punti di vista, illegittimo, non ha fatto una piega. Si è nuovamente riunita e ha riconfermato pari pari il giudizio. Ammettere di aver sbagliato? Giammai! Complimenti ai colleghi. Ora è pendente alla Camera una interrogazione sul caso, svolta da un deputato del Pd, a sua volta storico di professione. E aspettiamo con curiosità la risposta del ministro o di chi per lui.
A Catania insomma ha prevalso, nella maniera più brutale, lo ius loci (ma non la cooptazione; là non c’è scuola che tenga, e la candidata, sebbene legata a qualcuno dei commissari da collaborazioni varie, non è certo l’allieva che si sta formando, provenendo da tutt’altri studi, che poco o nulla attengono alla stessa storiografia).
Invece a Torino un concorso – avviato, da molto tempo e non concluso – ha seguito l’altra strada, quella che ho indicato come alternativa (altrettanto inaccettabile) allo ius loci. Prima ancora di avere preso visione di titoli e pubblicazioni dei candidati, due commissari, in combutta tra loro, si sono presentati avendo già in tasca il nome del vincitore, anzi della vincitrice, nella persona dell’allieva e collaboratrice della presidente della Commissione: candidata palesemente tra i meno meritevoli di coloro che si sono presentati (numerosi perché qui non c’è stato l’accordo preliminare con il commissario interno all’Ateneo che ha bandito: «Non far presentare tizio e la prossima volta ti prometto che…»). Anzi, una candidata le cui pubblicazioni non erano neppure pienamente congruenti al settore disciplinare (Sps/02, Storia delle dottrine politiche). Il terzo commissario, l’interno, ha dichiarato di rinunciare a combattere per la persona per la quale, secondo il principio della cooptazione, aveva chiesto e ottenuto il posto (posto assai appetito, trattandosi di ricercatore a tempo indeterminato!). E aveva invocato un «vero concorso». Ossia, prescindiamo da tutto, e valutiamo i concorrenti al di fuori di ogni altra logica che non sia il famoso “merito” di cui dal ministro in carica, ai commentatori professionali, fino agli ignari avventori del Caffè Sport si riempiono la bocca, tra un cornetto e un cappuccino: troviamo un candidato oggettivamente meritevole sul quale far convergere i nostri voti. La risposta dei colleghi è stata: noi siamo due, tu sei uno. A questo punto, con una dura lettera di denuncia alle autorità del suo Ateneo (dalle quali si è sentito non sostenuto), ha presentato le dimissioni. E ha ripreso la sua battaglia. Non più per far vincere il/la migliore, ma almeno per mostrare che cosa siano i concorsi farsa. Invece di firmare la solita relazione di minoranza, e aspettare il ricorso di un candidato, ha preferito passare subito al disvelamento. Non servirà? Ma gutta cavat lapidem. Se tutti facessero lo stesso, invece di tacere in attesa delle proprie rivincite, ossia di commettere loro domani, a danno di qualcuno, le ingiustizie di cui oggi sono vittime i propri allievi o comunque “protetti”, forse si accelererebbe il processo di modifica di questi demenziali meccanismi di reclutamento, che per loro natura favoriscono arbìtri, e producono iniquità, provocando l’ovvio, progressivo scadimento del livello scientifico e dello stessa funzione culturale e civile dell’Università italiana. Davanti a fatti come quelli qui accennati, non ci possiamo limitare ai discorsi, magari a mezza voce. Occorre squarciare il velo omertoso che avvolge il sistema e che rischia di divenirne il sudario.
No. Non è questa l’Università che vogliamo.

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