“Top secret”


Un libro può aiutare a capire quanto spendiamo per gli 007: almeno 565 milioni di euro l’anno. E’ l’unico dato ufficiale, risalente al 2010, che non comprende però altri fondi top secret dirottati dalla presidenza del Consiglio per finanziare operazioni classificate, come il supporto alle missioni militari estere o i voli della compagnia di copertura spesso usata come taxi dai politici. Ma lo stanziamento è destinato a lievitare: per il 2013 si prevede di arrivare a 645 milioni di euro. Un aumento, nonostante la crisi. O forse a causa proprio della crisi, che dovrebbe obbligare i nostri apparati di prevenzione a un ulteriore sforzo per informare le istituzioni sul moltiplicarsi di fronti di tensione, interna o internazionale. Il guaio è che troppo spesso i nostri 007 invece di prevenire arrivano in ritardo. E questo è solo uno dei problemi messi in evidenza da Piero Messina, giornalista d’inchiesta e collaboratore de “l’Espresso”, in “Il cuore nero dei servizi” (Bur Rizzoli, 306 pagine, 12 euro). Il saggio ricostruisce una vasta serie di scandali e intrallazzi andati a segno durante la seconda Repubblica, dalla celebre “Zarina” che si era impadronita del Sisde fino ai recentissimi appalti gestiti dalla Cricca e agli intrecci pericolosi con Finmeccanica e Telecom. Molto inquietante il capitolo sull’attività opaca svolta nella lotta alla criminalità organizzata, da Palermo a Napoli, dove spesso il confine tra collusione e ragione di Stato diventa confuso.

Il viaggio negli uffici più blindati e discussi d’Italia è guidato dai racconti di due ex agenti che hanno lasciato da pochissimo i reparti operativi. E più del passato meritano rilievo le considerazioni sul presente, a partire dal ruolo dell’intelligence nelle rivolte che hanno cambiato il Maghreb, dall’Egitto alla Tunisia. Una rivoluzione sfuggita di mano, salvo correre a Tripoli per fare incetta dei dossier che Gheddafi – come spiega l’ex 007 Luigi Stagno – “raccoglieva con meticolosa cura, dossier che raccontavano in modo sin troppo dettagliato la storia delle relazioni politiche ed energetiche tra Italia e Libia. Ma quelle carte prelevate dai nostri agenti dove sono finite?”. Se le regole verranno rispettate, i dossier “saranno classificati come segreti per la sicurezza nazionale e messi a disposizione dei vertici delle agenzie di informazione e dell’autorità politica”. Quindi “il tesoro di Tripoli” dovrebbe essere nelle mani di Palazzo Chigi. Ben custodito, si augura Messina, perché in quei fascicoli c’è materiale che potrebbe diventare “oggetto di pressioni occulte buone solo a deteriorare e contaminare la vita politica del Paese”. Sarebbe stata proprio la turbolenta visita in Libia dello scorso 21 gennaio a convincere Mario Monti della necessità di riformare profondamente la nostra intelligence, che avrebbe dato prova dei propri limiti anche nella pianificazione della trasferta. Al rientro Monti ha convocato d’urgenza Gianni De Gennaro, allora numero uno oggi sottosegretario con delega sui Servizi, per chiedergli ragione del clima d’insicurezza vissuto a Tripoli. E da lì sarebbe cominciato il percorso per ristrutturare gli apparati. Con l’obiettivo di renderli finalmente efficienti. E farla finita una volta per tutte con bustarelle e spintarelle. Mali antichi, sottolineati persino in una circolare del generale Giorgio Piccirillo, direttore dell’Aise, che nel 2010 ha ricordato ai suoi uomini l’impegno nel mantenere la riservatezza e tenere lontane le raccomandazioni. (www.enricodigiacomo.it)

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