Il terremoto


di Beppe Manni

Proprio a noi a Modena un terremoto inaspettato e devastante. Siamo attoniti sbalorditi annichiliti.
La schiena del drago che dormiva si è squassata sbriciolando case, monumenti e fabbriche, eruttando dalle viscere limacciose bave, uccidendo uomini. I terremoti, le alluvioni, le eruzioni vulcaniche: scopriamo improvvisamente la nostra impotenza e precarietà.

“Siamo come l’erba del prato, al mattino è verde e basta un’aria calda per seccarla e alla sera non è più” cantava il salmista. Leopardi nella sua poesia la Ginestra, fiore profumato che sopravvive alla lava del Vesuvio, rampognava l’uomo pieno di orgoglio e presunzione. Pur consapevole della sua fragilità continua a dilaniarsi in lotte intestine e non si allea in comune fraternità “in social catena” per ostare alle forze della ‘natura maligna’. Che maligna in verità non è ma solo segue le sue leggi eterne.

Lo schiaffo che abbiamo ricevuto nel vedere i castelli medievali, le chiese antiche, i palazzi civili, le sedi municipali, bruciati dall’alito della bestia. Sembra che venga cancellata la memoria di un paese legata a immagini familiari che rendevano rassicurante il paesaggio. Ma sono sopravvissute le piazze ed è proprio in esse che i cittadini di San Felice, di Finale, di San Martino e degli altri paesi feriti, reagiscono con coraggio alla disgrazia che li ha colpiti; guidati dai sindaci e dai parroci. Qui stanno ritrovando la loro identità collettiva, più matura e consapevole. Sulle strade, nelle tendopoli.

Non ci sono state salvazioni particolari di statue e tabernacoli, ché dio non interviene sui fatti degli uomini. La divinità non ferma i disastri naturali o ci salva da malattie inguaribili. Specialmente quando il male è procurato direttamente e indirettamente dalla malvagità o stupidità degli uomini e delle donne: come le guerre, il dissesto del territorio, con frane, alluvioni, disastri, o l’avvelenamento dell’atmosfera.

Il vero miracolo che si è visto in questi giorni nella Bassa è la solidarietà, i gesti d’amore e di abnegazione. Ciò che fanno i cittadini, la protezione civile, le amministrazioni, le parrocchie. Volontari da ogni parte fanno a gara nello sgomberare le rovine dalle strade, per rendersi disponibili ad ospitare famiglie, per comperare formaggio da caseifici disastrati, per versare denaro. Per animare i disanimati terremotati. E’ un segno di speranza in un particolare momento di crisi, diffidenze, egoismi e chiusure che la nazione sta vivendo.

I terremoti non sono il segno che sta per finire il mondo, come vanno predicando, cattivi profeti, madonne parlanti o sette religiose. Per fare proseliti o per sete di guadagni, da sempre minacciano la punizione divina per i peccati dell’uomo (in verità già provato da molte disgrazie); vedono il dito cattivo di dio nei sommovimenti tellurici, nelle malattie, nelle guerre.

A peste fame et bello, a fulmine et tempestate, a flagello terremotus, dalla fame e dalla guerra, dal fulmine e dalla tempesta, dal flagello del terremoto, pregavano gli antichi preti per tenere lontano i mali dall’uomo. Oggi più maturi e consapevoli preghiamo perché l’uomo rinsavisca e non lasci distruggere la nostra bella terra e il nostro dolce pianeta.

PS: Differenze di stile

Carlo Caffarra cardinale di Bologna, è andato tra i terremotati di Poggio Renatico: era vestito di tutto punto con bottoni e cordoncino della talare rossi. In testa aveva un casco cardinalizio color porpora sgargiante. Gli altri, il popolo di Dio, non avevano il casco. I tecnici lo avevano arancione o bianco.
Antonio Lanfranchi arcivescovo di Modena è andato subito a Finale, San felice e Medolla tra i terremotati modenesi, ben più sfortunati: come il parroco don Rovatti, vestiva umilmente il clergyman con una giacca a vento. Non aveva il casco, ma un semplice berretto in testa. Forse siamo fortunati ad avere un vescovo così.

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