I dieci anni di attività artistica di Gianfranco Donato.Quando il nero non è soltanto un colore.


 di Dominga Carrubba

 Se il nero non fosse il colore dell’assenza, ma una tabula rasa da incidere? Se un colore potesse interpretare i moti dell’anima e il divenire dei pensieri? Se l’arte potesse divulgare in spazi lontani dove il tempo non cresce, proprio quella verità che la parola sminuisce o dissimula fino a negarla?

Ebbene, le incisioni e i dipinti esposti da un giovane artista messinese, Gianfranco Donato, con la Personale “Ten (2002 – 2012)” presso lo Studio d’arte Kalòs (Via Carlo Botta, 2/bis – Messina) dal 26 maggio al 07 giugno u.s., rispondono verità taciute tramite i colori, tanto monocromatici quanto diversificati, quando passano attraverso tutte  le note della quotidianità come un diapason.

Gianfranco Donato è giovane, ma possiede rigore nella tecnica e sensibilità nell’espressione, rappresentando un’arte apprezzata anche alla 54ª Biennale di Venezia del 2011, curata da Vittorio Sgarbi, che ne ha selezionato l’opera pittorica “Dove non c’è”.

Dove non c’è un bambino che non conosca un carro armato dove fare da scudo umano, di recente in Siria, ma già tra le piaghe che tingono di rosso i lembi di terra dal Sudan al Congo, dall’Afghanistan a Gaza, sotto gli occhi di chi ordisce. Dove non c’è  uno spread che non tenga in ostaggio il diritto al lavoro paradossalmente inviolabile; dove non c’è  un genitore che non sappia distinguere  l’amore dal possesso di una vita in dono, proiettando la coscienza collettiva nella “Passione”, ovvero nel patire il costante allontanarsi dalla frequenza corretta.

Come se l’uomo fosse stato privato di un diapason accordato, e rievocato dal pittore, mentre si sperde nel dilagare del colore rosso, che ha l’efficacia della parola della Musa nel poema epico.

«Narrami, o Camena, l’uomo astuto […]», scriveva Livio Andronico nella sua Odussia (la traduzione latina dell’Odissea di Omero).

Invece il nostro artista si esprime con la tela “Narrami Camena”, tramite gli sguardi dissimulati dal viola, preordinato alla riflessione che indaga un logorio dormiente, come i volti incisi, fin quando conquistano la consapevolezza della vista che riconosce le “Voices from inside”, quelle voci che intraprendono il viaggio più temerario, che dall’interno dell’anima s’insinuano nell’anonimato del mondo, allo stesso modo dell’ eroe epico narrato da Camena, che curioso sfida il mistero e razionale affronta le prove.

Forse che l’astuzia possa bastare per uscire dall’olocausto moderno, che il Donato cala in una scena apocalittica, dove the men ha di certo un volto che lo distingua, ma non un profilo che lo separi dagli altri nei contorni; riproducendo la massificazione che annulla la persona, ma salvando l’immagine. Lo spettatore viene quasi aggredito dalla miseria dei volti incavati, che attoniti si sorprendono nel riflesso di un olocausto lacerante in sordina.

A chi nelle piazze grida “What is democracy”,  non resta che ripararsi dietro una maschera antismog, temendo di essere soffocato dalla perdita del valore partecipativo della democrazia.

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