Pio La Torre, mistero italiano


di Paolo Mondani e Armando Sorrentino (il manifesto)

Pio La Torre, dopo un lungo periodo di incarichi politici e parlamentari di rilievo nazionale,
torna in Sicilia alla fine del 1981 per dirigere il partito comunista siciliano mobilitandolo, subito, su due parole d’ordine: lotta contro la mafia e battaglia pacifista contro l’installazione
dei missili Cruise a Comiso. Della mafia aveva una visione più profonda e articolata di tanti suoi compagni di partito. Ne conosceva i legami e gli intrecci con la politica, l’economia e la finanza, i suoi rapporti internazionali, sapeva che era diretta da cervelli insospettabili e non da viddani.Si trattava cioè di un sistema di potere che si alimentava con l’accumulazione di ricchezza attraverso la violenza e il delitto come intervento politico. La Torre era sicuro che la Sicilia,
con la base missilistica, sarebbe diventata un avamposto di guerra e di trame oscure e sul tema della pace,
in pochi mesi, riuscì a creare una mobilitazione democratica di grandi proporzioni. «Pur essendo uno che veniva dalla destra del partito La Torre si ritrovò sulle posizioni della diversità berlingueriana,
un’idea che continua tuttora
a dare fastidio e che in quel momento
era un signum individuationis
molto preciso. Altro che moralismo!», così scrive Andrea Camilleri nella prefazione al libro che abbiamo voluto scrivere perché non ci siamo rassegnati a considerare archiviata una vicenda che appartiene alla democrazia, quella vera, fatta di partecipazione,
lucidità e passione, che
va ricordata e mantenuta dentro i canali di una ricerca instancabile delle
troppe verità nascoste di questo Paese.
È una storia tragicamente interrotta dalla mente politica che ha armato gli esecutori di quella stagione di sangue che, in Sicilia, va dal 1979
al 1983, ma che ha inizio con Portella della Ginestra e arriva sino a via D’Amelio, sommandosi alle stragi
compiute da piazza Fontana in poi,
tutte con l’obiettivo di impedire una
cittadinanza caratterizzata dall’eguaglianza
e dalla giustizia.
La Torre viene ucciso il 30 aprile del 1982. Indagini farraginose e un lunghissimo processo hanno indicato come movente dell’omicidio la proposta di legge sulla confisca dei patrimoni mafiosi di cui era stato il primo presentatore e il più deciso sostenitore. Esecutore: Cosa nostra.
Un movente tranquillizzante e i veri mandanti rimasti nell’ombra. Eppure, trent’anni dopo l’omicidio,
l’esperienza complessa e straordinaria
di questo uomo politico autentico
spiega molto delle sorti attuali
della sinistra e della democrazia in
Italia che, probabilmente, potranno ricevere una nuova lettura con la possibile apertura di spiragli di luce.
Va in questa direzione la notizia che la Procura della Repubblica di Palermo ha deciso la riapertura delle indagini sull’omicidio di La Torre e del suo collaboratore e compagno di
partito Rosario Di Salvo, volta ad accertare
gli spunti offerti dal nostro libro
riguardo documenti delicatissimi
e riservati in possesso di La Torre, per i quali questi aveva chiesto ad alcuni
intellettuali che li studiassero e
interpretassero con grande scrupolo.
Un docente universitario, ancora anonimo, cinque anni fa aveva rilasciato una intervista in cui riferiva che La Torre nei primi mesi del 1982, in piena mattanza, convocò a Palermo cinque intellettuali, letterati ed
esperti del linguaggio perché tentassero
di capire e penetrare i meccanismi
e i codici che regolavano le relazioni
tra mafiosi e loro fiancheggiatori
di ogni tipo. Un lavoro da compiere
attraverso lo studio di una montagna
di carte che avrebbe mostrato in
un successiva riunione. Non ci fu il
tempo. Lo uccisero. Non si sa di cosa
trattassero esattamente quelle carte,
anche se è verosimile che provenissero da settori investigativi o giudiziari.
Parlavano di fatti antichi e al contempo attuali? Da Portella della Ginestra a quei giorni? Di una sorta di trattativa tra mafia e Stato? Di cervelli nascosti di Cosa nostra? Certo è che di quei documenti, di
cui La Torre voleva che non si parlasse
con nessuno per il pericolo che costituivano,
non c’e alcuna traccia.
Siamo certi che dalla loro analisi sarebbe emerso un quadro che avrebbe potuto svelare tanti misteri, e chissà,
pure evitare qualche futuro tragico
evento. La ricostruzione di questi
incastri è ora affidata alla magistratura.
È lei che deve mettere in ordine i frammenti di un quadro spezzato e incompleto. Ma il recupero dell’attualità ed universalità delle ragioni della vita e della morte di Pio La Torre,
esaltandone il valore di un uomo
formatosi in una realtà vissuta nel
nesso inscindibile tra idee e impegno
concreto, spetta alla società democratica
e alla politica “buona”.
* autori del libro «Chi ha ucciso Pio La Torre?» (Castelvecchi ed.)

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