Niente capi scout gay, per favore


di Silvia De Michelis (LM EXTRA n. 28, 15 maggio 2012, supplemento a LucidaMente, anno VII, n. 77, maggio 2012)

Il Coordinamento nazionale delle consulte per la laicità delle istituzioni ha criticato gli atti del seminario di studi sull’omosessualità nell’Agesci, tenutosi a Roma nel novembre scorso.

Il 12 novembre 2011 si è tenuto a Roma il seminario di studi Omosessualità: nodi da sciogliere nelle comunità capi. L’educazione fra orientamento sessuale e identità di genere, organizzato dalla Agesci e dalla redazione di Scout – Proposta educativa. Gli atti del convegno, recentemente pubblicati (cfr. http://www.agesci.org/downloads/atti_seminario.pdf), hanno sollevato molte polemiche. Ad esempio, Tullio Monti, portavoce del Coordinamento nazionale delle consulte per la laicità delle istituzioni, ha dichiarato in un comunicato stampa che «in un Paese civile le tesi relative alla omosessualità sostenute nel seminario di studio […] avrebbero destato una reazione durissima di tutte le sensibilità democratiche, del mondo accademico, delle associazioni professionali degli psicologi, degli educatori, dei pedagogisti. Delle reazioni indignate si sono manifestate, ma tra loro isolate, quasi fossero un semplice atto dovuto di fronte a esternazioni verso le quali cresce l’assuefazione».

Al seminario dell’Agesci (Associazione guide e scout cattolici italiani) sono intervenuti padre Francesco Compagnoni, docente di Teologia morale presso la Facoltà di Teologia e Scienze sociali della Pontificia Università San Tommaso di Roma, Manuela Tomisich, psicologa e psicoterapeuta, docente di Teorie e tecniche della mediazione familiare e comunitaria all’Università Cattolica di Milano, Dario Contardo Seghi, psicologo e psicoterapeuta. Lungo tutto il corso di tale sessione di studio l’omosessualità è stata definita un problema complesso e un’emergenza da approfondire con lo scopo – citando le parole testuali – di «capire se e in che misura sia possibile per una persona che vive la condizione dell’omosessualità fare servizio educativo» all’interno del contesto degli scout.

Il dottor Contardo, premettendo che le spinte sessuali intime dei capi scout non devono costituire un criterio selettivo, è però poi incorso in una contraddizione di termini sostenendo che «nel caso in cui ci sia la presenza di un capo omosessuale, la comunità dei capi, nella scelta dei mandati di servizio, deve vagliare gli elementi opportuni e non opportuni rispetto al processo di identificazione dei ragazzi ad esso/a affidati. Il tutto con un atteggiamento che non discrimini e rispetti le persone, insegnando a fare altrettanto ai ragazzi in vista del nostro obiettivo principale: dare il miglior servizio educativo che possiamo. Questo problema diventa rilevante quando il capo omosessuale dichiari o mostri con scelte precise il suo orientamento, essendo questo un elemento che può turbare, condizionare, confondere i ragazzi. L’omosessualità non è più considerata una malattia, ma implica comunque delle difficoltà personali e sociali. I ragazzi e le ragazze, nella loro crescita, devono costruirsi un’identità propria e per portare a termine questo processo devono avere accanto adulti equilibrati e “generativi”, ossia in grado di “prendersi cura” di loro con responsabilità».

L’assunto da cui muove l’analisi discriminatoria è, secondo le parole di padre Compagnoni, che «le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo per la negativa esemplarità inconscia che da loro proviene». Inoltre, egli aggiunge che «non tutte le posizioni a riguardo hanno la stessa dignità morale. La nostra società è “tollerante”, ma la tolleranza non vuol dire che tutti i comportamenti abbiano uguale dignità umana e lo stesso valore morale». La professoressa Tomisich ha, invece, sottolineato che «è importante la consapevolezza di un adulto di vivere gli impulsi sessuali e collocarli all’interno di una precisa cultura e in una determinata epoca storica, con le attese complesse che vengono da un contesto sociale molto articolato».

Tullio Monti ha replicato che «occorre battersi per una politica laica e dei diritti, contro le pulsioni oscurantiste e retrograde in una società già malata di misoginia, lesbofobia, omofobia, transfobia, bullismo, violenza» e che «instillare nelle giovani generazioni la persuasione che l’omosessualità sia paragonabile a una patologia significa iniettare tossine culturali difficili da debellare». Egli si chiede come mai la parità di diritti non sia ancora un dato acquisito proprio tra coloro che si propongono di educare le nuove generazioni a diventare degli adulti «equilibrati» e «generativi». La società in generale, ma in particolare la nostra, dovrebbe esaminare come possa pretendersi che una persona omosessuale sia messa al vaglio – di chissà chi poi – relativamente alle sue capacità di rappresentare un buon esempio per gli altri e come ciò possa avvenire con un atteggiamento che rispetti profondamente e non discrimini le persone.

Nell’attuale epoca forse bisognerebbe interrogarsi su altri temi quali la guerra, la pedofilia e tutte le altre castrazioni che determinate morali sociali impongono, soffocando l’essere umano e impedendogli di essere pienamente libero e rispettato nella sua unicità. Il primo compito dell’educazione è insegnare la pace e la nonviolenza. Quando il mondo sarà libero dal bisogno di rispondere ad attese sociali che non rispettano la dignità di ciascun essere umano, allora le giovani generazioni potranno essere educate a vedere gli altri innanzitutto come persone, diventando adulti «equilibrati» e «generativi di valore» nella maniera in cui il mondo ha attualmente bisogno. Alle persone si dedichi rispetto, non invadenti analisi, sviluppate secondo il punto di vista di una cultura ossessiva e soffocante, che sminuisce le diversità. La vera libertà e il rispetto, baricentro di qualunque osservazione equilibrata dei fenomeni sociali, consistono in questo.

 

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