Aspettando i terremoti


Tutti sappiamo che l’Italia è un Paese a rischio sismico.

di Citto Saija

Ma tutti sappiamo anche che il nostro Paese, nella sua classe politica dirigente, si distingue per il tanto parlare e non per il fare. In questo momento tutti parlano di crescita, dal presidente della Repubblica al sindaco del più piccolo Comune, ma nessuno dei parlanti riesce a far comprendere ai cittadini in cosa consista la crescita e cosa sta facendo per crearne le premesse.Ma torniamo al terremoto. Un sisma di magnitudo 5,8 della scala Richter (quasi settimo grado della scala Mercalli) che, pur non essendo un terremoto devastante, ha devastato una vasta zona dell’Emilia facendo sussultare tutto il Nord del Paese. Circa 15 mila sfollati, 17 morti accertati, l’economia di una intera zona del Paese messa in ginocchio, la distruzione di tanti beni culturali che avevano resistito ai secoli.

Ma questo terremoto ha fatto anche strage di operai, di lavoratori italiani e stranieri che in quella zona del Paese cercavano di costruire la propria vita e quella delle loro famiglie. Anche il nostro concittadino Paolo Siclari, lavoratore di appena 37 anni, emigrato al nord per il lavoro, è stato schiacciato dalle macerie del capannone della Haedmatronic, una fabbrica di prodotti biomedicali in cui lavorava. I padiglioni o capannoni di tante fabbriche erano stati incrinati dal sisma del 20 maggio. Ma i lavoratori erano tornati al lavoro in quanto i proprietari avevano avuto il permesso di riprendere l’attività e l’agibilità era stata riconosciuta dalle autorità competenti. Ma erano veramente agibili? E perché sono proprio crollati i capannoni industriali con una strage di lavoratori con un terremoto di magnitudo 5,8?

Nel nostro Paese aspettiamo i terremoti, perché tutti sappiamo che arriveranno. Noi a Messina viviamo in una zona ad altissimo rischio sismico. Due intere famiglie di miei antenati (per complessive 7 persone) sono scomparse nel terremoto di undici gradi della scala Mercalli del 1908 e solo due persone si sono salvate.

E Messina, la Sicilia e la Calabria in precedenza hanno avuto altri forti terremoti e tanti altri (qualcuno della stessa magnitudo di quello emiliano) li ho potuti sperimentare personalmente durante la mia vita senza alcun danno. Ma la Messina ricostruita dopo il 1998 è stata costruita con costruzioni antisismiche, che ormai sono vetuste mentre le nuove costruzioni e soprattutto le sopraelevazioni non mi pare, come sostengono tanti esperti, che diano sufficiente affidamento.

Si parla a vanvera di grandi opere (pensiamo alla Tav o al mitico ponte sullo stretto), mentre la vera grande opera sarebbe la messa in sicurezza, su tutto il territorio nazionale, di edifici pubblici e privati. Sarebbe un grande investimento per il Paese, un investimento sulla sicurezza delle nostre case, degli ospedali, delle scuole, delle fabbriche e di tutti i beni monumentali.

Un investimento lungimirante che darebbe tantissimo lavoro per anni facendo dell’Italia un Paese sicuro. Al momento i terremoti non possono essere previsti, ma la prevenzione antisismica è possibile, esistono le tecnologie che in certi casi non sono molto costose.

In Italia si aspettano i terremoti e a caldo, con i morti sotto le macerie, si parla di prevenzione. Dopo qualche mese, finite le scosse di assestamento e seppelliti i morti, tutto torna come prima. La nuova politica, se una nuova politica ci sarà e i cittadini lo vorranno, su questo punto deve essere chiara. Per quanto ci riguarda, ritengo che le forze progressiste che intendono candidarsi al governo della città e della regione Sicilia, devono mettere al primo posto dei loro programmi dei progetti di messa in sicurezza antisismica su tutto il territorio.

E’ ora di smetterla con le macchine mangiasoldi come la società “Stretto di Messina” che ancora il governo Monti non ha sciolto.

In questo momento di dolore il nostro pensiero va a coloro che hanno perso la vita e la nostra solidarietà va alle famiglie e ai lavoratori rimasti senza lavoro. Ma questo è il momento degli impegni precisi perché nel futuro non vi siano altre vittime e altra distruzione. Il lutto nazionale diventa pura retorica se non si inizia subito non solo il lavoro di ricostruzione delle zone distrutte ma anche il lavoro della messa in sicurezza di tutto il Paese.

Il 2 giugno, festa della Repubblica, dovrebbe essere in tutte le città italiane il giorno della solidarietà concreta nei confronti delle popolazioni emiliane e sarebbe da abolire la sempre assurda parata militare con tutta la retorica di contorno.

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