I volti della memoria: le sculture di Giuseppe Brancato guardano i profili evanescenti del pittore Andrea Reitano


di Dominga Carrubba 

Lo Studio d’arte Kalòs (via Carlo Botta, 2/bis – Messina) è stato luogo d’arte e di riflessione dal 12 al 25 maggio, quando le sue sale hanno ospitato il dialogo surreale tra le “pietre” antropomorfe dello scultore Giuseppe Brancato e i “volti” nebulosi del pittore Andrea Reitano.

Sembrava che nulla legasse l’asprezza di una pietra lavica o calcare all’evanescenza dei volti segnati dai colori; eppure la gravezza scolpita, che si mescolava alla caducità di un arcobaleno, nascondevano la dialettica che contraddice la luce all’ombra, di cui la prima affiora con lo scalpello dalla materia e si ritrova nella fuga dai cliché, mentre l’altra rimane incuneata tra i profili non preordinati dagli schemi del pensiero, ma dall’inconscio dei sogni.

Nel surrealismo dei sogni, i ricordi mutano in sensazioni, sospese tra i sedimenti delle pietre connaturate al “qui ed ora”, e il mistero sprigionato oltre le nuvole, dipinte come cifre di un linguaggio da interpretare e ridisegnare con l’autenticità di occhi che riscoprono la dignità del tempo, abile dissimulatore della vita che scorre nel fermo immagine di una pietra.

Sono pietre che rinnegano la fugacità dell’estetica, che sfidano la fragilità della memoria, che impongono con fermezza la riflessione sul cammino percorso dalla pseudo – morale dell’attuale società, strattonata fra la bellezza dei volti siliconati e la riscoperta dei risvolti  dell’anima. Quasi che il Brancato nel forgiare le sue pietre, talora scovate dai blocchi di marciapiedi nel presente dismessi, riconsegni un volto ai sentimenti corali di chi non rinuncia a guardare i profili illusori delle nuvole, che: «Certe volte sono bianche/e corrono / e prendono la forma dell’airone o della pecora / o di qualche altra bestia / ma questo lo vedono meglio i bambini / che giocano a corrergli dietro per tanti metri » (Le nuvole di Fabrizio De Andrè).

Forse che l’austera rappresentazione della Nobiltà, come arrogante bramosia di conquista, non possa diventare causa dell’Indifferenza verso un Volto nuovo nel quartiere, simbolo del “diverso” che prende le sembianze dell’omofobia o della xenofobia; disimparando ad ascoltare l’Etiope dopo lo sbarco, sintesi dell’estraneità condannata alla solitudine, che trova più semplice divenire Sognante e sperare nel Dopo, piuttosto che convivere con chi non ha gli occhi dei bambini.

Ogni titolo che lo scultore ha riservato alle sue opere, è l’anticipazione di una fase del percorso che confida in quel Dopo, mitigato oppure orientato dalla “pietra” che più di ogni altra indica il bisogno di una società allo sbando: il Totem.

In risposta alla suspense scolpita nel “Dopo da Brancato, la dialettica artistica sembra proporre un seguito con le immagini surrealiste di Reitano. Leggendo i titoli delle opere, si intravede il percorso alternativo suggerito da una realtà non convenzionale, perché identificata con la sostanza dei sogni, che danno forma a quella stessa “pietra” scolpita nelle movenze, raffinata e smussata dalla coerenza dei sentimenti, non ancorati alla razionalità del pensiero, oppure ad un corpo finalizzato all’apparire. «Sorvolando in questi nuovi cieli / incontro l’amore / in viaggio tra fantasie e pensieri / ricompongo i miei pensieri / in lotta contro demoni dei cattivi pensieri / e rompi, spacca, trovi buoni cieli / come dualismo tra un sogno di primavera e un sogno d’autunno / fino al sogno d’estate / per un pensiero buono / al centro del pensiero  / in lotta tra pensieri / come fosse caos / ora apri al sole / scuci questo legame / tra volti della memoria / in sofferenza.» Questi i versi composti legando i titoli delle opere pittoriche, quasi fosse un rebus immaginifico che restituisca la frase risolutiva per unire la materia alla forma.

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