«La guerra spiegata alle donne»


foto di Pippo Martino

di Rosanna De Longis (il manifesto)

“Tripoli, terra incantata, sarai italiana al rombo del cannon! Tripoli, bel suol d’amor, ti giunga dolce questa mia canzon»: così cantava in teatro, avvolta nel tricolore (dicono le cronache), Gea della Garisenda nel settembre del 1911, mentre l’Italia entrava in guerra contro la Turchia per la conquista della sponda nordafricana. Nel novembre dello stesso anno, a guerra già cominciata, Giovanni Pascoli pronunciava a Barga il suo discorso La grande proletaria
s’è mossa! (poi pubblicato su «La Tribuna») per rivendicare all’Italia il diritto ai possedimenti coloniali, mentre Gaetano Salvemini dalle pagine della «Voce» si batteva contro le mistificazioni che la propaganda giornalistica diffondeva sull’impresa libica e sulle terre dell’oltremare e si avviava a creare – cosa che avvenne nel dicembre – un giornale tutto suo, «L’Unità», per meglio condurre la polemica anticoloniale.Nell’occasione della guerra italo-turca si assiste a una massiccia mobilitazione dell’opinione
pubblica e la stampa punta,
nel cinquantenario dell’Unità
d’Italia, a sollecitare il senso
di appartenenza alla patria degli
italiani e, in misura non inferiore,
delle italiane. I giornali
come terreno privilegiato
della propaganda e del confronto
politico e il pubblico
femminile come destinatario
del discorso bellico sono appunto
i due fulcri sui quali si
muove il volume di Annalucia
Forti Messina, La guerra spiegata alle donne. L’impresa di Libia nella stampa femminile, 1911-1912 (Biblink, pp. 188, euro 22). Basato sull’analisi sistematica di oltre quaranta testate «femminili» edite nel periodo
della guerra, il libro ha
la profondità di una ricerca rigorosa
e specialistica ma la
penna brillante di Forti Messina
ne fa un testo accattivante
di piacevole lettura anche per
un pubblico più ampio.
In quei primi anni del Novecento i giornali rivolti alle donne erano numerosi e, compatibilmente
con i bassi livelli di
alfabetismo, avevano una diffusione
piuttosto ampia, almeno
nell’Italia centro-settentrionale,
dove da anni operava
un nutrito drappello di editori
presenti nel mondo della
stampa periodica. «Il bazar»,
«Margherita», «La gran moda», «La novità», «La cronaca d’oro», «La donna», per non citare
che i più noti, diretti a un
pubblico di élite, erano assai
attivi nel sollecitare il sostegno
delle donne all’impresa
coloniale facendo appello ora
ai sentimenti di oblatività
«femminile», ora all’amor di
patria, ora al prestigio nazionale,
e confondendo suggestioni
dal sapore risorgimentale
a parole d’ordine di derivazione
nazionalista dai toni
non di rado schiettamente razzisti.
Si muovono, invece, con evidenti difficoltà sul terreno della propaganda interventista, cui pure non rinunciano, i
giornali popolari dell’editore
Sonzogno, qualche foglio cattolico, i periodici a carattere professionale o sindacale, come
«Il corriere delle maestre», alcune riviste dirette da scrittrici che avevano militato nelle
file femministe: un gruppo composito del quale fanno
parte donne e uomini che avevano
guardato con favore alle
aperture di età giolittiana verso
i diritti delle classi subalterne
e sono, ora, consapevoli
delle contraddizioni rappresentate
da una guerra di conquista
coloniale che nega i diritti
di altri popoli.
Soltanto il giornale delle donne mazziniane, «Fede nuova», e quello delle socialiste «La difesa delle lavoratrici» si pronunciano senza dubbi
e senza tentennamenti contro
l’impresa di Libia, sia pure
con argomenti differenti.
Osserva Simonetta Buttò nella prefazione al testo di Annalucia Forti Messina: «Il significato
prodromico dell’impresa libica – voluta da Giolitti
e sostenuta da un folto
schieramento di politici e opinion
makers, di cui i nazionalisti
erano la punta – è
evidente, né sfuggì ai
contemporanei: favorevoli
o contrari alla guerra,
molti compresero o
intuirono che le ostilità
tra Turchia e Italia nell’area
mediterranea
avrebbero attivato un
effetto domino sui Balcani
e su tutta l’Europa.
(…) In un orizzonte non troppo lontano si intravedono i contrasti e le lacerazioni che il primo conflitto mondiale porterà nella società italiana, scompaginando
il tessuto politico
e associativo e interrompendo
il cammino
già faticoso intrapreso
dalle donne per l’affermazione
dei propri diritti».
Il volume La guerra spiegata alle donne fa parte della collana «Novecento periodico» che
la Biblioteca di storia moderna e contemporanea (www.
bsmc.it) ha promosso con l’intento
di diffondere la conoscenza
del proprio patrimonio
librario e documentario.
Sarà presentato a Roma, presso la Libreria Griot (via di S. Cecilia 1 a) domani, domenica
20 maggio, alle 18.30 dalle storiche Giulia Barrera e Andreina De Clementi, che ne discuteranno con l’autrice.

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