Giovani, ricatti e sfruttamento


di Rose Orghese

Dieci mesi di lavoro continuativo, cinque giorni su sette. E poi? Proprio dopo dieci mesi di impiego mi sono uscite le emorroidi e la psoriasi.
Quando affermo questa verità con piglio nervoso e un fare altrettanto eccitato solo a chi non conosce la mia quotidianità vien da sorridere o addirittura da ridere.
La mia quattro ruote, una cinquecento rossa Ferrari del 2010 non è più funzionante come un anno fa.Per essere più precisa: mi trovo nello stato d’animo di dover dar credito a Marcello, il mio meccanico. Lui non si mostra affatto indeciso sulle condizioni attuali della mia utilitaria. Oramai, si è espresso con chiarezza e padronanza del mestiere, la mia quattro ruote sarebbe destinata soltanto alla rottamazione. “A meno che signora – si è pronunciato con altrettanta sicurezza e competenza – lei non sia disposta a spenderci più di tremila euro. Lo ribadisco con franchezza: tremila euro. Una spesa, le consiglio, per cui non vale la pena”, ha aggiunto l’ennesima volta che mi sono spinta presso la sua officina per cambiare la luce fulminata del fanalino destro anteriore.
Il palmare che ho ricevuto in dotazione dall’agenzia per cui lavoro, nel caso in cui dovessi perderlo o, se nella peggiore delle ipotesi dovesse rompersi, mi verrebbe a costare ben seicento euro. SEI-CENTO-EURO!
Il rimborso spese per la benzina che mi spetta secondo contratto è pari a 0, 24 centesimi al litro. Di questa quantità 0,12 centesimi sono destinati al km per la benzina e le restanti 0, 12 sono invece la cifra stabilita per l’usura della macchina. Ma, aggiungo con rabbia e sbigottimento, la benzina ieri è arrivata a 1,800 euro al litro. Oggi addirittura a 1,900 euro al litro e questi, a quanto pare, tuttavia sembrano particolari, seppur non indifferenti, che devono interessare solo me, il mio povero portafogli e la mia utilitaria rossa Ferrari.
Secondo contratto a me e ai miei colleghi non è prevista né la tredicesima, né la quattordicesima. Comunque, per utilizzare l’espressione dei miei capi, sono state spalmate nel nostro stipendio mensile.
A quanto ammonta? 1000 euro netti. MIL-LE!
Io ho un contratto a tempo determinato per un anno, la cui retribuzione risulta pari a quella di un part time. La realtà, nonostante questo, è differente: non esiste giorno, dal lunedì al venerdì, che io non mi ritrovi a lavorare dalle 6-8 ore al giorno. Talvolta mi trovo anche costretta a recuperare il sabato. Il mio, in tutta franchezza, è un part time che non tiene conto e nel modo più assoluto degli spostamenti quotidiani legati al mio impiego, ma solo ed esclusivamente delle ore che trascorro nei punti vendita.

Mi chiamo Martina e sono una visual merchandiser di Torino.
Lavoro nei supermercati e ogni giorno mi adopero per ottimizzare tutte le possibilità offerte dalla vendita visiva in qualsiasi spazio vendita, grande o piccolo che sia. Devo valorizzare al meglio i prodotti dell’azienda per cui lavoro e di conseguenza il reparto, i punti vendita facendo in modo che gli articoli dell’azienda per cui sono lì siano esattamente nel posto giusto e al momento giusto. E, questione da non sottovalutare, anche al prezzo corretto.
Devo fare in modo che le merci siano collocate in modo adeguato all’interno del punto vendita perché questo serve ad avvicinare il cliente al prodotto soddisfacendo il suo bisogno di acquisto e consentendogli, inoltre, di trovare con facilità quello che cerca in un luogo ricco di prodotti che rischia, molto spesso, di diventare un posto di puro caos. Gli acquirenti in questo modo vengono aiutati, si destreggiano bene perché diventano autosufficienti attraverso la facilità di lettura dello spazio visivo.
E il personale di vendita, inoltre, grazie al mio lavoro è minore e quindi le spese vengono ridotte.

Il mio lavoro prevede che ogni giorno debba recarmi in sei differenti punti vendita.
Il primo lo raggiungo sempre intorno alle nove di mattina. Non appena sono lì cerco il capo reparto, firmo il foglio visitatori, mi impossesso del volantino del supermercato per leggere le promozioni dell’azienda per cui sono lì e prendo in consegna un foglio di presa d’ordine.
Solo dopo impugno il mio palmare e mi reco nel reparto che mi interessa.
Controllo le promozioni degli articoli dell’azienda, se sono variate e come.
Ogni sede cambia prezzo dei prodotti tutte le settimane per questo devo inserire i rispettivi dati nel palmare. Per questo devo fare attenzione a tutto, essere meticolosa e ordinata: cambiare i prezzi dei prodotti scelti dal supermercato e immetterli nel palmare perché arrivino i rispettivi aggiornamenti all’azienda. Digito per ogni prodotto il prezzo nuovo, inserisco la posizione nel reparto e a seguire il numero di facce del prodotto (per “facce” intendo il numero di colonne: maggiore è il numero più alta sarà la visibilità dell’articolo).
Rispetto al reparto l’avancassa è la posizione migliore. Dove posso, quindi, cerco di guadagnare spazio per i miei articoli.
E laddove mi è possibile tento anche di attaccare le POP dei prodotti dell’azienda, benché puntualmente mi accorgo che i capi reparto o la concorrenza le staccano per buttarle non appena mi allontano.
Se mancano determinati articoli dell’azienda per cui lavoro li inserisco nel foglio di presa d’ordine. Segno inoltre tutti i prodotti che ho trovato.
In ogni supermercato trascorro circa un’ora e mezza, talvolta anche due. Prima di andar via incontro di nuovo il capo reparto a cui consegno il foglio di presa d’ordine.
Quando torno a casa sono sempre almeno le 18,00 di pomeriggio e impiego circa due ore a compilare le note spesa e a spedire le varie mail ai miei responsabili per aggiornali di ogni minimo cambiamento e novità di cui ho preso nota nei vari punti vendita.

Io lavoro per un’agenzia interinale che lavora per una multinazionale.
L’agenzia internale mi dà il palmare ma anche il cellulare di lavoro.
Sono pagata dall’azienda e anche le note spesa finiscono alla multinazionale. Per questo l’agenzia non si fa scrupoli se vengono pompate. Ci danno un massimo di budget per le chiamate al cellulare, perché pagano loro, ma per la benzina, non battono ciglio: la nota spesa, del resto, ribadisco, va all’azienda.
Il mio contratto non prevede né premi, né incentivi, né tredicesima, né quattordicesima. Già detto.
Lavoro full time ma sono pagata per un part time.
Secondo le disposizioni dell’agenzia interinale quando ci ritroviamo alle riunioni con l’azienda non dobbiamo mai parlare del nostro compenso né di altro che abbia attinenza con il nostro contratto.
Mi è sembrato curioso all’inizio. Ma solo in principio. Poco dopo infatti non sono mancate le occasioni in cui, da diverse affermazioni rilasciate dai capi della multinazionale che ci vengono a trovare ai briefing, abbiamo dedotto che ci spetterebbero non solo i buoni pasto, ma anche un corrispettivo che, comprensivo di note spesa, si dovrebbe aggirare intorno ai 2600 euro. Ben 1600 euro di quanto recepisco ogni mese.
Tutto questo è pazzesco, ma reale. Non solo. Spesso l’agenzia interinale “ci chiede dei favori”. Ovvero? Chiama noi visual marchandiser che abbiamo contratti esclusivi con la multinazionale e ci chiede altre prestazioni remunerate sottraendoci così tempo al nostro impiego. Chiaramente lo chiede specificando l’assoluta discrezione verso la multinazionale con cui abbiamo il contratto. Ci chiede di eseguire altre prestazioni senza dirlo all’azienda. Noi, tuttavia, ci sentiamo sempre quasi costretti a soddisfare la loro richiesta. Perché? Perché quello con l’agenzia interinale è un rapporto di lavoro che occorre mantenere saldo per il futuro. È lei difatti a trovarci l’impiego.
Ma questa sfaccettatura del mio lavoro, nonostante tutto, è un gran rischio e una scocciatura non indifferente: ogni volta che eseguo altre prestazioni per l’agenzia interinale rischio di incontrare qualche capo dell’azienda per cui lavoro e, nel caso in cui inciampassi in questo, la catastrofe sarebbe immediata: lui difatti mi troverebbe a fare altro e non a lavorare per l’azienda.
La scocciatura tuttavia resta nell’impossibilità di rifiutare un piacere all’agenzia. Perché? Farlo significherebbe compromettere la possibilità di lavori futuri e dunque l’unico comportamento che riesco ad assumere rispecchia quello di una donna che vive nella volontà di non perdere un contatto di lavoro che possa esserle utile a lungo termine. Indeterminato, come il lavoro che non c’è più.
Eppure comportarmi in questo modo spesso mi costringe a dover recuperare il mio lavoro effettivo e, di conseguenza, a dover lavorare anche il sabato mattina e pomeriggio. Di rado anche la domenica.

E anche per questo mi sale la rabbia se penso all’eventualità di perdere il palmare e dover sborsare seicento euro.
E se penso anche a tutte le volte che rientro a casa stanca, per mettermi alla scrivania e continuare a lavorare, ma vengo interrotta dallo squillo insistente del cellulare.
Capita spesso che alcuni capo reparto, si prendano la libertà, a lavoro terminato di chiamarmi per propormi uscite, rivolgendosi con quel fare maschilista e arrogante proprio di mentalità ed educazioni ancora, purtroppo, esistenti.
Ho imparato a non rispondere più, a lasciare al mio silenzio lo squillo del cellulare e a prendermi altri punti vendita.
Ho capito che alcune verità forse non cambieranno mai a meno che il desiderio forte di farle mutare non parta dal profondo di noi stessi. E io in alcuni punti vendita non ci vado più. Li ho mutati con altri.

Tra un mese mi scadrà il contratto e non so neanche se mi verrà rinnovato e a quali condizioni.
Trascorro gran parte del mio tempo passando dal caldo al freddo dei reparti. E circa sei ore al giorno in macchina, con lentezza, dalla prima alla seconda.
Per questo a me non viene da ridere se dopo dieci mesi di lavoro mi sono uscite le emorroidi e la psoriasi.

Rose Orghese è nata a Roma. Giornalista, collabora con controlacrisi.org (responsabile della rubrica Libri & Conflitti) e con varie realtà del panorama editoriale. Ideatrice del progetto stilish-editoriale Livres & Bijoux – con cui nel 2009 ha vinto la VI edizione del concorso Donnaeweb nella sezione web 2.0 – è autrice di Minimal hotel e Minimal autogrill(18:30 edizioni) e di Sovvertire il diluvio(18:30 edizioni) in cui racconta l’occupazione dei precari dell’Ispra. Per il trimestrale Reportage(2011) ha curato un
servizio su Metropoliz, ex sito Fiorucci a Roma occupato dal 2009: Da ex fabbrica occupata a “città” multietnica. Il suo racconto “Uno noto ma Sconosciuto” è tra le otto cover scelte da Marcos y Marcos perL’arte di copiare(2010).

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