Rosangela, brigantessa del sud


di Adele Talarico

Ogni brigante diviene tale per motivi diversi fra loro. Si diventa briganti perché lo stato sia esso borbonico, spagnolo, sabaudo ha promesso e mai mantenuto, ha sfruttato e saccheggiato non solo la terra, ma ha privato le persone della propria dignità. Il termine brigante è utilizzato da sempre in modo dispregiativo, la storia è scritta dai vincitori, perciò altro non ci si può aspettare. Ed è qui il nodo di tutto, bisogna che si parli, bisogna che si scriva, bisogna con tutto ciò che può essere un buon mezzo raggiungere l’interesse delle persone, fare in modo che possano informarsi liberamente e venire a conoscenza di fatti di cui nessuno scrive, esiste una crescente bramosia di sapere, di conoscere il proprio passato, di costruire una memoria storica vera. È giunta l’ora di restituire alla Calabria l’identità e l’innocenza che le è stata rubata, culla di Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, Francesco di Paola, Bernardino Telesio, Pitagora, Mattia Preti e un’infinità ancora se dovessi elencarli tutti fino ai nostri giorni.

Tommaso Campanella, anche lui calabrese, afferma che lo stato sovrano ha piacere e necessità di mantenere il popolo nella miseria e nell’ignoranza, in questo modo nulla esso chiederà mai, tuttavia nel momento in cui si manifesta la voglia di scoprire e sapere, allora il popolo inizia a reclamare i propri diritti.

Fino al 1861 la popolazione di Castagna, un paese dell’entroterra calabrese, ai piedi della Sila Piccola, cresceva, dopo l’Unità andò via via decrescendo. La popolazione stremata dalla fame a causa di una politica non unitaria ma di oppressione e violenza portò molti a decidere di emigrare e altri a darsi al brigantaggio. Il Brigantaggio si presenta in maniera più diffusa nel periodo post-unitario. Il crollo della monarchia borbonica aveva mandato in crisi l’economia meridionale. Interrottosi il commercio con l’estero e affievolitisi i rapporti tra le province, quasi tutti i settori produttivi si erano arrestati. A ciò si aggiungeva il continuo aumento dei prezzi. Ma a creare il malcontento tra le popolazioni meridionali era anche  la coscrizione obbligatoria e la mancata quotizzazione dei terreni demaniali. Quest’ultimo aspetto era particolarmente sentito in Calabria ed in particolare nei centri silani, dove, da secoli, si era assistito alla progressiva usurpazione dei terreni demaniali da parte dei possidenti locali. L’adesione alla spedizione di Garibaldi, da parte dei contadini calabresi, era stata dettata soprattutto dal desiderio di poter finalmente riappropriarsi di questi terreni e di coltivarli. Garibaldi, non era rimasto insensibile alle istanze dei contadini ed aveva emanato, da Rogliano i famosi decreti sull’uso dei pascoli della Sila. Pochi giorni dopo, però, il Governatore della Calabria citra, Donato Morelli emanava un’ordinanza che di fatto impediva l’attuazione del decreto di Garibaldi sulla Sila. Di fronte a tale situazione in Calabria ed in tutto il Sud a partire dall’autunno del 1860 si verificarono scioperi e tumulti che ben presto si trasformarono in vere e proprie insurrezioni. In questi frangenti le poche bande di briganti calabresi, fino ad allora caratterizzate solo da azioni di ricatto, furti e vendette personali, cominciarono ad ingrossarsi ed a collegarsi tra di loro sotto l’autorità dei capi abili e spietati. Contadini e braccianti non chiedevano altro che pane e lavoro.

Palmira Fazio Scalise, insegnante – poetessa – narratrice di novelle – scrittrice di Castagna, ci lascia l’immagine di una brigantessa realmente esistita ma le cui gesta non sono narrate da nessuna parte, si ha la possibilità di conoscere questa figura grazie ai ricordi di Palmira da bambina. È una storia di calma apparente che nasconde la ferocia dell’uomo padrone, la fame, la miseria, l’onore tradito, la violenza che si scatena quando lo stato è complice della rovina umana, di una stato che invece didifendere approva e attua sorprusi e abusi sul popolo, li spoglia della propria dignità costringendoli a delinquere. Ciò che accadeva secoli fa, è uguale a ciò che accade oggi, con la sola differenza che oggi la necessità di essere rispettati e non più denigrati è più forte della paura e oggi più di ieri bisogna sentirsi briganti e lottare per i propri diritti e la propria libertà. Il racconto di Palmira è del 1970, «La Brigantessa», edizioni «La Voce bruzia» Cosenza. Rosangela Mazza, forse l’ultima brigantessa esistita. Nelle ore del sereno raccoglimento, allorché il passato mi schiude le sue porte d’oro, i ricordi mi stringono come in un cerchio magico. Sorridano o piangano: tutti rivestiti di un segreto fascino; alcuni piccini e graziosi in un alone di soavità, altri pensosi e modesti ed altri, ancora, prepotenti e solenni; ma ognuno con una fisonomia propria come nel mondo dei viventi. È così che inizia questo racconto, inizia dai ricordi, i ricordi che nel tempo si fissano nella mente che a ripensarli divengono poesia. Le immagini del passato riaffiorano nella mente di Palmira, era solo una bambina e Rosangela ormai avanzata negli anni. Ella aveva ancora il volto florido, il corpo agile e scattante come se ad ogni passo muovesse all’assalto. I suoi tratti erano forti, gli occhi nerissimi balenanti e non ancor domi dell’antica fierezza. Alta e dritta, la voce impetuosa con aspri toni di comando, ella conservava ancora, in tutta la persona, i segni di quella selvaggia bellezza … un incanto avvolgente e tentatore, come se portasse con sé un profumo misto di resina e di madreselva. Ogni tanto Rosangela tornava al paese, da Catanzaro raggiungeva Castagna di Carlopoli (Cz), per passare del tempo con la sorella Teresa. Del brigantaggio a quei tempi si parlava spesso, nelle case, alla sera, quando le famiglie si riunivano dinanzi al fuoco, (non esisteva la tv e tanto meno internet, così ci si rapportava di più fra persone vere), si narravano … a bassa voce, fosche storie nelle quali … brillavano come chiari sprazzi d’azzurro, atti di generosità. Alcuni protagonisti di quelle storie vivevano ancora, come Fra Pasquale, soprannominato Cicerino, il quale ogni tanto si intratteneva a parlare con Rosangela. Di ciò che furono e fecero nulla pare osservandoli ormai anziani. Palmira e le sue amiche osservavano spesso Rosangela, seppure con timore, travolte dal fascino di chi ha vissuto una vita da brigante. Proveniva da una famiglia onesta e povera, il padre acquistava tavole di pino che asciugava presso la sua casa e rivendeva poi ai falegnami del posto. Era difficile campare. La madre, Serafina, era paralizzata e non poteva essere d’aiuto in casa, così le faccende erano pensiero di Rosangela, era forte ed agile, bella ed affascinante, e attorno a lei bramavano molti pretendenti.

Sicura della sua bellezza, sapeva di accendere desiderio in chiunque la incontrasse. Il padre Paolo, una notte, tornando dalla Sila, nei pressi di Bocca di Piazza, fu travolto da una bufera di neve e il suo corpo venne ritrovato dopo giorni inerte e gelato. La famiglia, da allora, cadde nella miseria più nera. Rosangela era fidanzata con Mico Sirianni, un contadino benestante che l’amava e l’avrebbe sposata non appena fosse tornato, era partito soldato. Ci voleva ancora del tempo per il ritorno di Mico, e la famiglia era sempre più misera, mancava tutto. Rosangela per essere d’aiuto alla famiglia andò a servire una delle famiglie più ricche di Carlopoli. Riuscì a conquistare subito la fiducia e la benevolenza della signora Vincenza Talarico.

… l’ammirava così fresca e leggera, tutta presa nel suo lavoro, ridendo e trillando per le vaste camere e godeva di quel tripudio innocente come se fosse un dono della sua tenerezza. Un giorno, Don Filippo, approfittando dell’assenza della moglie, ruba l’innocenza della bella Rosangela. Ella aveva perso ciò che di più caro le fosse rimasto, l’onore. Mico tornato in paese, viene messo a conoscenza del fatto, pieno di dolore e cieco di rabbia sposa la vendetta, un voto che non ammetteva indugio. Da persona onesta e buona divenne un assassino e si presentò subito dopo a Peppino Perrelli, il capo banda di Tiriolo, e fu brigante. Rosangela lo seguì e divenne la sua brigantessa. Il nascondiglio della banda Perrelli era in una grotta sotto il ponte della contrada Manca del Comune di Carlopoli. Mico perde la vita durante uno scontro e Rosangela rimane al servizio dei briganti, da loro veniva protetta e rispettata.

Serafino Mazza, un ex brigante, tradisce la banda che viene catturata da una squadriglia di Catanzaro e viene condotta in carcere. La bellezza feroce e lo sguardo assetato di giustizia di Rosangela travolgono lo stesso avvocato difensore che riesce a farle ottenere una pena minima. Scontata la pena viene sposata dal suo difensore. L’intera famiglia di lui, contraria a questa unione, riesce a tramare contro Rosangela, riuscendo a fargli credere che lei lo tradisse. Geloso del suo amore tradito caccia Rosangela di casa che va a fare la cameriera presso una famiglia di Pontegrande. Rimasta vedova, torna a Castagna dove sposa Pepperano, un contadino benestante. Un giorno stendendo i panni sul muretto della piazzetta viene colta da un malore improvviso, precipitando giù. Termina così la storia di una brigante dalla bellezza selvaggia col fuoco nel cuore.

«Ora il bandito è morto ucciso dalla libertà; la Sila è vedova del suo sposo terribile. Ora il paese che dava il bandito dà l’emigrante volgare, meschino, malaticcio che lascia deserte la terra e la casa, e va a continuar la vita di stenti e di miserie in America o in Africa. … La miseria ne è la causa e la miseria ne è l’effetto, miseria spaventevole che rode le ossa». (Da Cronache del brigantaggio, 1893. Ad un’ignota. Di Nicola Misasi).

LA SCRITTRICE

PALMIRA SCALISE, RICORDI DI CALABRIA

Palmira Scalise è nata aCastagna frazione di Carlopoli (Cz) il 20 marzo 1894 ed è morta a Quarto (Na) il 18 maggio 1984. Diplomatasi giovanissima, insegnò per oltre 43 anni nelle scuole elementari di Castagna, Cicala, Carlopoli, Panettieri, San Giorgio Albanese, e Quarto. Dal ’57 ha voluto che la famiglia si stabilisse a Pozzuoli attratta dalle bellezze dei luoghi e dagli spunti storici che le hanno ispirato molti scritti. La sua prima pubblicazione Il dovere delle donna nell’ora presente (1918) fu diffusa quale mezzo di propaganda per la resistenza civile. In seguito pubblicò varie altre opere, fino al 1970 con Le brigantesse. Ha vinto premi letterari italiani ed internazionali, ha collaborato con molte riviste e giornali con poesie, prose e recensioni. Ha ricevuto un «Attestato di benemerenza» con medaglia d’oro dal Comune di Serrastretta (Cz) «per aver illustrato con saggi e poesie, in tanti anni di attività letteraria, la Calabria nel mondo». È stata insignita di varie onorificenze e premi, è stata inserita nel Dizionario degli Scrittori Meridionali e in varie altre antologie.

Bibliografia da: Briganti, drude e manutengoli a Castagna (1860 – 1871). Francesco Butera – Giancarlo De Santis –Salvatore Piccoli. Incalabria Edizioni, 2005.

Di Salvatore Piccoli ricordiamo: La leggenda di Giosafatte, brigante di Panettieri, Il soffio del silenzio, Romanzo di un ribelle.

Per gli scritti di Palmira Fazio Scalise ormai introvabili è possibile contattare salvatorepiccoli@libero.it o adeletalarico@tiscali.it

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