Anche gli schiavi possono avere una ‘fratellanza’


di Giuseppe Restifo

A prima vista la città portuale di Messina nel 16° secolo si presenta come un grappolo di identità: un “cluster” in cui anche gli schiavi hanno la loro fratellanza, affiancandosi ai gruppi di fiorentini, genovesi, catalani, greci, pisani. Ognuna di queste comunità ha le proprie organizzazioni e proprie forme di identità: sembra proprio un grappolo d’uva.

L’acino scuro del grappolo è rappresentato dalla confraternita degli schiavi, che avevano trovato la loro sede nella chiesa di San Marco, “cercando conforto in una religione spesse volte imposta loro”.La chiesa di San Marco in Messina, che ospitava gli schiavi neri, sorgeva nel piano di San Filippo dei Bianchi, in una contrada anticamente chiamata dell’Olivarella. Da un cronista messinese si apprende che questa chiesa era stata antica confraternita di nobili, “i quali però col tempo, perduto l’entusiasmo primitivo, mandarono in essa i loro schiavi”.

Si era costituita così una nuova confraternita: quella degli schiavi neri convertiti, con sede nella chiesa di San Marco, dove teneva le sue funzioni. Da diverse note contenute nelle cronache, si può desumere che la confraternita aveva i suoi propri dirigenti, e i suoi membri nell’insieme partecipavano ai riti, come ad esempio la processione del Corpus Domini e le devozioni delle Quaranta Ore presso altre chiese.

La fratellanza è tenuta in buona considerazione, forse anche per rispetto al santo titolare, tanto da meritare una ambita onorificenza. Il 25 aprile, giorno di San Marco, viene visitata dai membri del Senato cittadino, subito dopo la loro elezione. Il nuovo Senato, “in seggia”, festosamente e in processione, insieme al Senato uscente, con il clero e il Capitolo dei canonici, fa il giro di alcune chiese, fra cui appunto quella dove ha sede la confraternita degli schiavi e dove viene tenuto un servizio religioso.

La cerimonia di accoglienza nel corpo della Cristianità, ma soprattutto la visita del Senato cittadino alla chiesa di S. Marco mostrano l’accettazione “ufficiale” della comunità degli schiavi neri all’interno della città stessa. La classe dirigente consente questa forma di identità, che peraltro non mette in discussione la struttura gerarchica della città e nello stesso tempo concorre alla trama dei suoi nessi sociali.

Non così lineare appare invece il riscontro dell’eventuale integrazione dei neri africani nella base sociale locale. Si affacciano episodi che rimarcano la diversità fra i messinesi, soprattutto nella loro componente popolare, e i neo-convertiti. Le vicende della convivenza fanno pensare a una vita in comune accettata, ma non pienamente gradita. Era pur sempre “genti nira”…

Gli schiavi mori – nota uno storico locale – erano anche gli obiettivi di numerosi scherzi di origine popolana.

A una cerimonia delle Quaranta Ore, mentre i confrati di S. Marco degli schiavi entravano nella Chiesa Madre, l’organista cominciò a suonare l’organo “alla schiavonesca”. Essi furono così presi dalla musica da metter via le torce e le croci per mettersi a ballare “come arraggiati”, dando vita ad uno spettacolo considerato irriverente e scandaloso, dato il luogo sacro.

Un’altra volta stavano portando uno schiavo moro alla loro chiesa per seppellirlo, seguendo quindi gli usi e le regole di tutte le confraternite. Si accosta uno al Mastro di Cerimonia – carica preminente della Compagnia – e gli dice: “Compare, lo morto è vivo e si muove”. In effetti all’incedere dei portatori il capo del defunto si muoveva un po’. Allora il Mastro, vedendo che il cadavere muoveva la testa, si gira e corre per fermare il cataletto; con una bacchetta dà un colpo in testa al morto, dicendogli: “Compare, tu no muruto bono. Mori e sutterra!”. La carità dei confratelli compie infine l’atto della sepoltura nella loro chiesa.

Nel 1580 nella vicina chiesa di San Filippo si insediano i frati spagnoli della Santissima Trinità della Redenzione dei Cattivi, che avendo il compito di riscattare gli schiavi e di educarli alla religione cristiana, iniziano una sorda lotta contro la esistente confraternita degli schiavi. Invero dal 1554 era già operante in città l’arciconfraternita del Santissimo Rosario, che fra i suoi scopi annoverava il riscatto degli schiavi “dalle mani degl’Infedeli”. Questa intenzione però era mescolata con azioni di vario genere, come la dotazione di zitelle orfane o l’assistenza ai carcerati.

Per i frati spagnoli della Trinità le opere nell’ambito della schiavitù erano invece primarie; per loro erano dettate da una “celeste istruzione”, come recita un pamphlet palermitano del 1655.

Si comprende dunque come a Messina sviluppassero un’azione conflittuale contro i loro vicini, i confrati della “fraterna” di S. Marco. Così essi accusavano gli schiavi neri di numerose attività ridicole, soprattutto “quando erano riscaldati dal vino”. Poteva capitare che nel giorno della visita del nuovo Senato, quando “erano in festa e parati”, qualcuno degli schiavi avesse il proprio padrone fra gli eletti; allora tanto “si facevano spropositi grandissimi”. Quasi tutto il popolo accorreva per osservarli e divertirsi.

Così i frati trinitari alla fine riuscirono a far abolire dalle autorità la confraternita degli schiavi, a distruggere la chiesa, e a trasferire in una cappella della propria chiesa il dipinto di San Marco. Ottengono pure così che passi dalla chiesa di San Filippo la processione che il Senato fa il 25 aprile di ogni anno. Giunti alla Chiesa Madre i sei nuovi senatori, “si faceva la Processione delle Litanie” in direzione della “statione di San Marco”, ovvero la sosta tradizionale nell’itinerario cerimoniale dell’investitura senatoriale. Da un certo momento in avanti, “andava questa processione al Convento di San Filippo delli Rev. Padri Trinitarij”, dove era prevista la visita della cappella di San Marco. “Il quadro di S. Marco di questa Cappella – precisa un cronista messinese – anticamente era nella Chiesa di detto Santo e l’havevano in cura li schiavi negri”.

Il trasferimento del quadro, la nuova dislocazione della visita dei nuovi senatori e la demolizione dell’antica chiesa di San Marco probabilmente avvengono dopo il 1606.

Lo possiamo dedurre da un’altra fonte: la cronaca di Giuseppe Buonfiglio e Costanzo edita appunto in quell’anno. Questi pone nelle vicinanze della Zecca della città il “monistero di Frati Spagnuoli detti della Trinità” ed anche “l’Oratorio, et fraterna di S. Marco”.

Anche se il cronista non accenna agli schiavi come conduttori di oratorio e confraternita, tuttavia edificio e congregazione sono ancora segnalati come esistenti.

Non lo sono più negli “Annali della Città di Messina”, stilati da Cajo Domenico Gallo nel 1755; mentre d’altro canto lo stesso storico ci informa sulla permanenza in città di un toponimo “cortiglio delli Schiavi”, “luogo un tempo infame di Corteggiane, ora ridotto onestissimo”.

In un momento successivo quindi alla pubblicazione della cronaca di Buonfiglio e Costanzo, si conclude così una controversia che sorge ai bordi della plurima identità cittadina, vedendo da un lato gli schiavi neri e dall’altro dei frati spagnoli.

In certo senso sulla questione degli schiavi messinesi si ingaggia un confronto fra due diverse interpretazioni della Controriforma: una basata sulla repressione e il controllo d’ogni forma autonoma di religiosità; l’altra costruita con la discussione e il contraddittorio in cui far prevalere la fede cattolica. Di questa seconda versione si fanno interpreti i Gesuiti. Inoltre essi mostrano un impulso primario al coinvolgimento nelle confraternite: ritengono che su quel terreno si possa lavorare per ben “operare nella Vigna del Signore”. Jerònimo Nadal, un gesuita chiamato l’”Apostolo di Sicilia”, stabilisce sodalizi di quel tipo negli anni ’40 e ’50 in molte città dell’isola, raggiungendo anche Messina.

Un altro obiettivo dello zelo riformatore gesuitico è rappresentato dalla presenza non-cristiana in numerose città italiane. I non credenti, come i musulmani, rappresentano uno strappo nel tessuto della società cristiana e questo strappo va ricucito con la conversione e con la costruzione di una nuova trama associativa, costituita anche dalle confraternite.

A Messina il “materiale umano” non manca. Merce preziosa sono gli schiavi: così come per altri beni anche in questo particolare caso si può parlare di una trama mediterranea, alla quale Messina è appropriatamente intessuta.

Infatti, seguendo le tracce indicate da Giovanna Fiume, la trama incrocia, in questo ambito, il commercio dei neri africani, “intercettando il flusso di schiavi che giunge da una delle più importanti carovaniere transahariane, quella che da Bornou, nei pressi del lago Ciad, conduce a Barca in Libia e da qui al mercato di Scoglitti (Ragusa) e di Augusta (Siracusa) oppure che dall’Oriente raggiunge il bagno di Messina o da Tunisi e Tripoli il mercato di Palermo”.

Rotte e commerci si allungano sul Mediterraneo; sono comparse già – a livello della ricerca storiografica – le prime mappe delle correnti della schiavitù, così come dell’ambra e delle spezie, delle sete e dei profumi, del grano e del sale. In questi quadro i traffici degli schiavi cominciano ad ben individuati; comunque Messina potrebbe presentar domanda per una buona posizione nella classifica dei mercati della schiavitù dell’età moderna.

Consideriamo l’anno 1538. La sconfitta nella battaglia navale di Prevesa non dissuade le navi della flotta cristiana dalle incursioni sulle coste dell’Epiro, canalizzando su Messina il bottino con le sue merci umane.

Se su di loro il Grande Ammiraglio di Sicilia accende una rivendicazione, dai Messinesi in opposizione viene richiamata la “libertà del commercio di Messina sanzionata da privilegi reali e imperiali”.

A Messina è possibile procurarsi una fornitura di schiavi, soddisfacendo bisogni e desideri di differenti parti del Mediterraneo. Ad esempio, nel 1595, cento schiavi “Turchi” arrivano nella città dello Stretto per accontentare la “voglia” del Papa Clemente VIII di averli per il rafforzamento della propria flotta. Ci pensa l’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme a Malta.

A Messina, quindi, non mancano i musulmani da convertire. I Gesuiti li seguono, anche quando questi, nel loro giorno di riposo, vanno nei giardini o in altri luoghi per riunirsi, per festeggiare le loro ricorrenze.

Lì li raggiungono e li affrontano in confronti, cercando di insegnare loro la dottrina cristiana. La risposta sembra essere spesso positiva, dando luogo a conversioni.

Queste poi sono celebrate con solenne pompa, ponendosi all’interno di una fastosa organizzazione. Alla cerimonia che usualmente si svolgeva in diverse città d’Italia, a Messina i Gesuiti “aggiungevano il suono di flauti e le più dolci sinfonie di cantori… due nobil uomini fungevano da padrini, e l’africano neo-battezzato era complimentato con i più grandi segni di benevolenza e di umanità da parte dei cittadini illustri di Messina e sfilava per la città su di un carro a quattro ruote”.

Naturalmente queste manifestazioni pubbliche, con il massimo carattere di festosità e di partecipazione popolare, dovevano servire non solo a celebrare la superiorità del cristianesimo, ma anche a far breccia sugli schiavi che resistevano nella loro antica fede: “ut hoc exemplum aliis esset incitamentum”.

Quanto viene praticato a Messina nella seconda metà del Cinquecento rientrerà perfettamente nel “Manuale per convertire i maomettani” pubblicato nel 1687 dal padre gesuita Tirso Gonzàlez de Santalla. Per Gonzàlez, Preposito Generale della Compagnia, il punto culminante della missione era proprio la celebrazione pubblica dei battesimi dei catecumeni. Egli spiega l’utilità di cerimonie fastose che precedevano i battesimi, celebrati possibilmente da un vescovo illustre: gli uomini poco istruiti potevano comprendere più facilmente la grandezza e la bellezza della fede attraverso gesti concreti e ben visibili. Il battesimo doveva essere un evento sociale per la città: tutti potevano partecipare al giubilo della Chiesa e anche la nobiltà ne era coinvolta, sia perché spesso gli schiavi che si convertivano lavoravano presso famiglie nobili, sia perché i padrini provenivano dalle più illustri famiglie.

Nel tempo gli schiavi neri si legano ai Gesuiti, seguendo, dopo la conversione, le messe e praticando la confessione, ed anche consultandoli spesso per controversie che potevano sorgere fra di loro o con i loro padroni. Interessanti  sono, nelle “Litterae quadrimestres” inviate dai gesuiti di Messina, i riferimenti allo scenario religioso della città e i richiami, di forte valenza simbolica, all’intervento per la conversione di maomettani «prius obstinati», già schiavi infidi di gente del luogo, poi leali servitori dei loro padroni e del vero Dio.

Chiaramente però non consultò i padri gesuiti Perico, schiavo nero convertito al cristianesimo, al servizio di Raffaele Criscino, con cui peraltro non aveva alcuna controversia. Al contrario, era ritenuto degno di fiducia, tanto da spogliare il padrone quando questo andava a dormire, chiudere le porte e tenere le chiavi. Ma Perico aveva nel suo cuore la fuga e la attuò. Non sappiamo se soltanto dalla sua condizione servile, se non anche dal cristianesimo.

Si aggiungono, a far presa sugli schiavi perché si convertano, non i miracoli richiesti da alcuni di essi per rompere la fedeltà alla propria tradizione religiosa – perché Dio fa miracoli quando e come ritiene opportuno – ma le storie delle apparizioni. Ce n’è una riportata nel 1598 e riguardante un vecchio pastore africano a guardia del gregge a lui affidato nelle campagne messinesi. Gli appare un monaco, che dice di chiamarsi Vincenzo, e lo invita a convertirsi. La volta successiva sente la voce di Maria, ma ancora resiste alla conversione, finché le sventure della sua vita lo convincono al passaggio di fede.

Alcuni anni dopo, nel 1605, un altro nero africano, settantenne – narra un’altra delle storie riportate nei documenti della Compagnia di Gesù – viene convinto da un incubo a cercare rifugio nella confessione con un gesuita, perché lo liberi dai peccati della sua vita. Il passaggio lo porta dal terrore alla gioia della vita cristiana.

Il passaggio alla fede cristiana tuttavia non garantisce l’emancipazione: non basta dirsi cristiani o, meglio ancora, farsi battezzare, per recuperare la libertà. Non basta neanche che il padrone faccia un investimento su uno schiavo, perché questo sia emancipato. È il caso che avviene a Messina nel 1540: un mercante, Luchetto de Carro, spende una somma non piccola per istruire il proprio servo turco e fargli apprendere nozioni sulle scritture commerciali e la contabilità. Aumenta il valore dello schiavo stesso sul mercato – si direbbe oggi – s’allontana la sua emancipazione.

Tuttavia le affrancazioni non mancano nel XVI secolo: i liberti di Messina si inseriscono tra la popolazione libera e, talvolta, riscattano altri schiavi o, se non altro, li aiutano a fuggire verso i luoghi di provenienza, oppure speculano sul desiderio di libertà dei loro ex correligionari.

Fanno combutta Sebastiano e Giacomo de Avellino con Giovan Cola de Conforto, tutti ex schiavi: mettono su a Messina un’organizzazione impegnata nell’aiutare gli schiavi a fuggire. Ma i tre sono malfidati: Morgante viene truffato. Giunto a Napoli, insieme a Perro, su galere di passaggio, scopre di essere stato venduto – sempre insieme a Perro – dai tre liberti messinesi, i quali in un atto notarile dichiaravano di esserne i legittimi proprietari. Il gioco dei tre sarà ripetuto con Jannicolo e Margaritan, ma sarà scoperto grazia alla tenacia dei reali padroni messinesi.

Non sempre è truffa, talvolta è usura. Si può prestare a pegno ai mori che vogliono tornare in Barberia, si possono anticipare denari agli schiavi che si vogliono affrancare; insomma si può creare una vera e propria organizzazione per il riscatto dei mori o dei cosiddetti “turchi”. Dagli studi compiuti da Giuliana Boccadamo su Napoli, il tasso d’interesse potrebbe raggiungere il 10% al mese; ma pare che così usassero anche i mori di Messina.

Anche se normalmente la condizione sociale dello schiavo non variava dopo aver ricevuto il battesimo, tuttavia poteva accadere che questi riuscisse a sfuggire al “racket” dei suoi ex correligionari. Non erano rari gli episodi in cui il padrone decideva di affrancare il servo convertito o il padrino regalava al battezzato la somma di denaro necessaria per riscattarsi. O, come nel caso quattrocentesco di Sancho de Heredia, che nel testamento del signore fosse esplicitata la volontà di manomissione: ne beneficiò la fortunata serva Florella. Altri dopo di lei avrebbero ottenuto la libertà in quel cinquecentesco, fluido Mediterraneo.

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