Il cinema del Maghreb al Taormina FilmFest


L'homme de cendre

di Francesco Saija

Era stato preannunciato un “focus” sulle cinematografie maghrebine al Taormina Film Fest. Pochissimi i film presentati ma tutti belli. Completamente assente l’interessante cinema algerino. Una riflessione critica è necessaria per comprendere la vitalità e il linguaggio filmico di queste cinematografie. Fra i film in concorso ci è stato possibile vedere il lungometraggio di debutto della bravissima regista marocchina Leila Kilani. Si tratta del film “Sur la planche” (2011), un film particolare, soprattutto nel linguaggio e nel montaggio, che evidenzia le origini di documentarista della giovane regista. Il cinema del Maghreb è un cinema di narrazione di storie della realtà sociale e di grande modernità anche tecnica; un cinema di grande poesia, spesso struggente e altamente drammatico. Il film della Kilani è ambientato nella città marocchina di Tangeri, una città che oggi sta avendo notevoli trasformazioni, anche da un punto di vista antropologico, e che vede in particolare l’esplosione della mano d’opera femminile. Tantissime donne, spesso provenienti dalla campagna, cercano di trovare spazio e anche di barcamenarsi, tra pericoli incombenti, per realizzarsi. Un film per alcuni aspetti realista ma anche con qualche riferimento al noir. E’ la storia di quattro giovani donne che lottano e faticano per cambiare la propria vita, e in particolare la storia delle amiche Badia e Imane che lavorano in una fabbrica, luogo di intenso sfruttamento, e cercano anche di arrotondare il misero salario con qualche piccolo furto.

“Sur la planche” ci fa toccare con mano, quasi fisicamente, l’alienazione del lavoro di marxiana memoria. Attraverso un ben dosato movimento dei corpi, la regista, con la grande collaborazione delle attrici, riesce a creare un ritmo molto serrato. Quasi un movimento a tre scatti: una specie di rap per immagini con un ritmo molto intenso soprattutto corporeo. Era necessario – ha detto la regista – che il ritmo diventasse anche parola parlata, quasi parte del respiro delle attrici. Le ragazze lavoratrici, come addette ad una catena di montaggio, legate a dei tavoli, in un lavoro “meccanico” di chapliniana memoria, passano la giornata nella grande alienazione sgusciando gamberetti. Il tanfo sgradevole del pesce marcio contamina i corpi belli delle donne e, nonostante i continui lavaggi, riesce quasi ad uscire dallo schermo e a contaminare gli spettatori. Il film è portatore di un messaggio universale perché oggi, nel mondo dominato dal liberismo e dai feroci capitalisti, l’alienazione è globale.

Ci sono sembrati interessanti i paragoni tra la alienante fabbrica in cui vengono sgusciati i gamberi e le zone franche di Tangeri con le industrie tessili degli Europei che sfruttano la mano d’opera locale. Ma non vi sono solo gli Europei, vi sono anche i magnati locali, i capitalisti rampanti che vivono tra il Maghreb e l’Europa e con grandi affari nella stessa Europa o nei paesi del Golfo con le loro monarchie autoritarie.

Nella “rassegna Maghreb” sono stati presentati “L’uomo di cenere” (1986), capolavoro del regista tunisino Nouri Bouzid e il piccolo cortometraggio di 15 minuti della marocchina Halima Quardiri. Nel film di Bouzid, la storia del giovane intagliatore e del suo amico Farfat, ci conduce per mano, attraverso bellissime immagini, dentro l’interiorità dei protagonisti. Nell’intimo della sofferenza di due giovani adulti stuprati dal loro maestro di lavoro ad appena dieci anni. Forse per la prima volta nel mondo arabo il film affronta, spesso con delicatezza e con umorismo, anche il problema della omosessualità. Un film sul grande valore dell’amicizia e con una bellissima colonna sonora di musica araba.

Purtroppo questo film è stato visto solo da una ventina di persone nela Palazzo dei Congressi e proiettato alle 20.45 di mercoledì 15 in contemporanea con il cinema commerciale del Teatro antico.

In “Mokhtar” (2010), Halima Quardiri, in appena 15 minuti, narra la storia vera di un ragazzo che vive in un villaggio in una famiglia di pastori. Un film metafora che ci introduce, con bellissime immagini fotograficamente perfette, nella realtà di una famiglia di pastori, in una famiglia violenta tra oppressione e superstizione. Di grande violenza e impatto emotivo le scene in cui il bambino cerca di badare al pulcino di gufo o di civetta ferita e il padre che quasi in contrasto scanna il montone. Ma forse è anche la metafora di un popolo ancora non libero. Il bambino rinchiuso dal padre padrone in un magazzino, con il suo battere i pugni a terra e con i calci alla porta e con il suo urlo finale è proprio simbolo di ribellione e forse di rivoluzione per la conquista della libertà e della dignità umana.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: