A Taormina “Mai più paura”: una battaglia d’Algeri dal vero


di Francesco Saija

Mourad Ben Cheik

All’interno della “rassegna Maghreb” abbiamo potuto vedere quello che mi sento di definire, fra i film visti, il più bel film di Taormina FilmFest 2011. Il bellissimo documentario, forse uno dei primi che descrivono la grande rivoluzione della dignità del popolo e dei giovani tunisini, “Plus jamais Peur” (Mai più paura, 2011) del regista Mourad Ben Cheikh. Personalmente non ho mai accettato la distinzione tra cinema di fiction e cinema documentario.

Il documentario è Cinema, può essere “grande cinema”. Non è un caso che proprio a Taormina, ai tempi della direzione artistica di Ghezzi, abbia vinto il film “Himalaya – L’infanzia di un capo” (1999) di Eric Valli e prodotto da Jacques Perrin, girato a 4500 metri tra i raccoglitori di sale nel Tibet nepalese. Il film “Plus jamais peur”, in un festival dedicato al cinema mediterraneo e al Maghreb, avrebbe dovuto essere presentato al teatro antico e non nella sala congressi con un pubblico certo non numeroso.

Il film di Ben Cheikh trasporta lo spettatore nel “fuoco” della lotta, nelle strade della Tunisia, fra i giovani in rivolta e la gente di ogni età che chiede libertà, ordine e giustizia. Un film girato con grande maestria, da un regista dalle grandi capacità, con un montaggio straordinario, una splendida fotografia a colori e una recitazione vera di protagonisti veri. Veramente “grande cinema” quello di Ben Cheikh!

Il film, già presentato a Cannes, ci fa vedere la Tunisia vera e non quella dei telegiornali delle nostre squallide televisioni. Tantissime le scene e le inquadrature di altissimo livello cinematografico come l’attacco al Ministero degli Interni o la bellissima e interessante discussione sull’Islam come religione o pensiero islamico. Bravissimi i protagonisti Radhia Nasraoui, Lina Ben Mhenni, Karem Cherif, Hamma Hammami, Chaima Issa Cherif e Sadok Mhenni. E cosa dire del monumento con l’immagine dell’ambulante Mohammad Bouazizi che ha acceso letteralmente, sacrificando la propria vita, la torcia della rivoluzione e del mazzo di fiori che attraversa la folla?

Il film ha dei personaggi, dei protagonisti in carne e ossa ma è anche e soprattutto un film corale che ricorda i grandi capolavori del cinema sovietico o di altre cinematografie in cui il popolo è il vero protagonista. Definirei il film di Ben Cheikh “La battaglia d’Algeri” dal vero. L’avvocatessa Rhadia rappresenta – come ci ha detto il regista – la generazione che ha resistito, insieme con il marito, e poi abbiamo la giovane generazione che cerca di prendere il potere dal basso, con grande velocità. Vi sono nel film tre personaggi che si completano a vicenda. Ogni personaggio porta con sé un retroterra che apre come una finestra su mondi diversi. Dietro la rivoluzione nelle strade, il film ci porta a vedere i 50 anni di storia del Paese con soli due presidenti e quindi con Ben Ali e la sua oligarchia economica. Fra l’altro anche oggi, una parte del vecchio partito di potere è ancora in piedi e tiene le redini, soprattutto nella pubblica amministrazione. I gruppi economici sono usciti alla scoperto: alcuni vogliono mandarli via definitivamente, altri vorrebbero recuperarli. Secondo il nostro regista la grande battaglia si gioca sull’informazione. Le due televisioni di Stato ma anche quelle private non potevano esistere senza il consenso del dittatore Ben Ali. Oggi, ognuno di questi organismi sta scegliendo il proprio campo e nuove forme di censura si affacciano all’orizzonte. Ogni televisione cerca di destreggiarsi su cosa trasmettere e cosa bloccare. Ma le idee circolano attraverso altri strumenti, come internet e quindi i blogger e facebook.

Ci auguriamo che il film di Ben Cheikh possa circolare anche in Italia nelle sale cinematografiche e in DVD.

Ma vogliamo ricordare l’importanza della fotografia in questo film e i bravissimi Hatem Nechi, Mehdi Bouhlal e Lassaad Hajji. Il montaggio di Pascale Chavance e Imen Abdelberi e la bellissima musica originale di Kais Sellami. Un ringraziamento particolare per questo film va fatto al produttore Habib Attia e alla Cinétéléfilms. Vedere questo film è stato veramente una lezione di politica e di cinema.

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