Americani e italiani alla conquista della Libia 1801‐1911


di Giuseppe Restifo

C’è da chiedersi come mai possa esistere una così grande disparità nella quantità di saggi dedicati, rispettivamente negli Stati Uniti e in Italia, alle guerre che videro i due Paesi bellicosamente impegnati per la conquista della Libia, rispettivamente nel 1801 e nel 1911. La prima volta che la
bandiera a stelle e strisce sventolò su suolo non americano fu nel 1804, a Derna, all’interno di una vicenda bellica che si svolse sull’arco di quattro anni, fra 1801 e 1805. Questa appare come
l’espressione del primo capitalismo statunitense e della sua proiezione commerciale e militare
nell’ambito del Mediterraneo. La guerra non andò bene per gli Stati Uniti: la sua stessa durata contro
la Reggenza di Yusuf Qaramanli, prescelta per la sua presunta debolezza rispetto ad Algeri e Tunisi,
segnala un sostanziale insuccesso. Tuttavia in quella guerra si costituiscono parti dell’identità
statunitense: nell’Inno dei Marines si trova la strofa “to the shores of Tripoli” e il giovane tenente
della Marina Stephen Decatur, protagonista di un ardito episodio bellico, viene elevato al rango di
eroe (con 34 cittadine Usa che riprendono il nome da lui). Di tutto questo i cittadini statunitensi
possono sapere grazie a una considerevole produzione di studi. L’identità italiana resta, d’altro
canto, sospesa e incerta di fronte alle difficoltà della conquista della Libia nel 1911, per quanto
preceduta da una propaganda pervasiva e allusiva alla dimostrazione della forza militare della
nazione e alla riconquista di un “mare nostrum” liberale prima ancora che fascista. L’operazione era
basata sulla edificazione del mito nazionale del “bravo italiano” e sulla strumentalizzazione di un
problema reale, qual era l’emigrazione di quel periodo. La stessa operazione è accompagnata e
seguita nel periodo coloniale da una vasta produzione di scritti e studi, ma ciò che più incuriosisce lo
storiografo è la caduta di questa elaborazione nei tempi post‐coloniali, con l’insorgenza di una sorta
di induzione all’oblio. La Libia “non deve” entrare a far parte di una chiara auto‐consapevolezza del
popolo italiano. Soltanto in tempi recenti la storiografia del nostro Paese inizia a recuperare
l’amnesia collettiva e a portare validi contributi alla struttura identitaria italiana.

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