“Spazi Islamizzati”


di Alessandra Caragiuli

La dominazione arabo‐musulmana nel Mezzogiorno italiano ha lasciato tracce indelebili, ma è necessario attendere oltre sette secoli prima che popolazioni genericamente chiamate, ora come allora, arabe, tornino ad insediarsi nel paese. Tali popolazioni presentano una variegata complessità etnico‐identiaria che, amalgamata nel sistema politico‐amministrativo dell’Impero Ottomano, era esplosa attraverso la scoperta dei nazionalismi all’indomani della prima guerra mondiale, e poi nel periodo post‐coloniale. Sono dunque state necessarie varie centinaia di anni per osservare la
ricomparsa di qualche minareto e di alcuni edifici consacrati al culto islamico che hanno però perso
la monumentalità delle costruzioni religiose del passato, delle quali nemmeno sembrano aver
memoria. Ciò che inoltre appare strabiliante è il numero dei luoghi di culti, oltre 700, tuttavia
nettamente inferiore alle moschee recensite in Francia, Germania e Inghilterra.
“Spazi islamizzati” analizzerà la costruzione di luoghi di culto in relazione ai flussi migratori nel
mediterraneo e alle dinamiche di territorializzazione dei gruppi, attraversati da movimenti
tradizionalisti ed islamisti a carattere internazionale.
Il processo di re‐islamizzazione che, nei paesi arabi, sembra comportare una rielaborazione
identitaria dei nazionalismi “laici” post‐coloniali ritenuti retaggio di un modello importato
dall’Europa. Tale processo incide sugli effetti e sulla costruzione della memoria dell’epoca coloniale
proponendo il ritorno ad un “impero religioso” attraverso l’espansione mondiale di jamaya islamya e
specifici ordini regolati in base a modelli tradizionali e a norme di socialità comunitaria. Ad
eccezione delle immediate spinte religiose in risposta alle esperienze coloniali e neo‐coloniali, dalle
testimonianze raccolte emerge che gli iniziali fautori del laicismo rappresentano attualmente i
principali protagonisti del processo di re‐islamizzazione, inteso come riscoperta dell’identità
religiosa individuale con conseguente avvicinamento alla fede e osservanza della pratica religiosa.
Ciò determina un tentativo di riappropriazione collettiva degli spazi devozionali pubblici nel
contesto di insediamento.
L’analisi sarà dunque focalizzata sui mu’minun di origine tunisina impegnati nella gestione di enti
religiosi, aderenti a varie organizzazioni islamiste e membri del partito tunisino al Nahda, portatore
di una nuova sfida politica nella costituzione di un paese islamico con sistema democratico e sul caso
della jamat tabligh wa dawa, dell’ordine missionario sunnita, che sta guidando apoliticamente il
processo di re‐islamizzazione in Italia, nel quale è forte, accanto alla componente sud‐asiatica, quella
nord africana e marocchina, scevra oramai dai complessi rivendicativi generati dalle dominazioni
coloniali del secolo scorso.

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