Aldo Natoli, medico, intellettuale eretico e parlamentare


Aldo Natolidi Giuseppe Martino

Aldo Natoli (Messina, 20 settembre 1913 – Roma, 8 Novembre 2010) è stato un medico, antifascista e deputato italiano.

Laureatosi dottore in medicina e chirurgia, fu inviato dall’Istituto italiano del cancro (presso l’ospedale regina Elena di Roma) all’Institut du cancer nel 1939; fece da collegamento tra la centrale francese del PCI e l’interno, anche grazie al fratello maggiore Glauco Natoli, che in quello stesso periodo era incaricato di letteratura italiana presso l’Università di Strasburgo.

Al rientro fu arrestato per attività clandestina insieme ad un gruppo di militanti di Avezzano (tra cui Bruno Corbi e Giulio Spallone) e condannato a cinque anni di carcere dal tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Dopo tre anni di reclusione a Civitavecchia, nel dicembre del 1942 fu scarcerato grazie al provvedimento di amnistia e indulto del 17 ottobre. Di questo periodo esiste un giacimento di 160 lettere di Aldo Natoli dal carcere di Civitavecchia, scritte tra la fine degli anni ’30 e i primi dei ’40, quando la situazione era più che disperata – assai più buia dell’oggi che ci circonda.

Tra queste due lettere, una di carattere privato, nel ricordo della moglie Mirella, della famiglia e con uno sguardo «leopardiano» sulla natura vista attraverso le sbarre della cella dove il fascismo lo aveva recluso. Un testo moderno, di grande valore letterario. L’altra aveva per argomento il romanzo «Conversazioni in Sicilia» di Elio Vittorini, con una attenzione al valore dei particolari e degli affetti inusitata.

Subito dopo entrò a far parte dell’organizzazione militare del CLN, fondando con Pietro Alicata la redazione clandestina dell’Unità. Dopo la guerra fu segretario del PCI a Roma e nel Lazio.

Sin dalla prima legislatura deputato eletto nel Lazio, fu riconfermato per altre quattro legislature consecutive. Consigliere comunale di Roma dal 1952 al 1966, fu a lungo capogruppo del PCI in Campidoglio. In tale veste condusse una battaglia durissima contro la politica urbanistica delle amministrazioni comunali a guida democristiana, in particolare quella di Urbano Cioccetti (1957-1960): primo duro colpo alla speculazione con il famoso «Capitale corrotta, nazione infetta». I suoi discorsi nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio analizzano in modo originale e rigoroso i meccanismi della rendita urbana e divengono presto saggi scientifici studiati dalla più moderna cultura urbanistica italiana del tempo. Le sue idee, infatti, furono riprese dal progetto del Ministro democristiano Fiorentino Sullo con la legge dei suoli, quel progetto – ricordiamolo – battuto da una pesante controffensiva conservatrice cui non fu estraneo il «rumore di sciabole» del generale De Lorenzo. Se avessero vinto le idee di Natoli e di Sullo avremmo forse salvato parti preziose del paesaggio italiano e oggi avremmo città più vivibili.

Aldo NatoliNell’ottobre del 1969, in dissenso con la direzione del PCI sulla condanna dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, fu radiato dal partito con Rossana Rossanda, Luigi Pintor e tutto il gruppo della rivista “Il Manifesto” da loro costituito.
Distaccatosi da tale gruppo, si è dedicato ad attività storiografica. I suoi lavori più importanti sono quelli dedicati alla vita e all’opera di Antonio Gramsci.

Suo padre era originario di Bova, in Calabria e parlava il grecanico o greco vutano (da Vùa →Bova), ed è formalmente un dialetto appartenente alla minoranza linguistica greca d’Italia insieme alla Grecìa Salentina.
A Messina era arrivato come insegnante di greco al Ginnasio (il Maurolico, lo stesso che Aldo poi frequentò). La vita non doveva esser facile neppure allora per un insegnante con quattro figli (tre maschi, oltre ad Aldo, Ugo e Glauco, e una femmina, Elsa, morta circa un anno fa, all’età di 100 anni).

Ma della sua vita di ragazzo a Messina, Aldo amava ricordare la spensieratezza dei giochi tra fratelli pur nella modestia della vita tra i topi delle baracche, dopo il terremoto.

Dal padre l’amore per il greco, che Aldo conosceva perfettamente: in greco era capace di recitare interi passi dei poemi omerici e delle tragedie – Antigone la sua preferita.

Raccontava spesso la sua passione per le rappresentazioni di Siracusa, il treno preso in corsa per tornare a casa a Messina dopo lo spettacolo.

E poi la passione per il mare, il mare trasparente dello Stretto, la fonte principale di gioco e di divertimento per i ragazzi delle famiglie semplici come la sua; e le lunghe camminate che, con il padre e i fratelli, facevano spesso, scavalcando la montagna per andare a fare il bagno dall’altra parte.

Messina era per lui soprattutto questo: le giornate luminose dell’infanzia e dell’adolescenza, il pesce comprato al mercato dal padre, la granita di limone al bar Irrera.

Ma il padre era anche quello che spingeva i figli ad andarsene, e Aldo frequentò la facoltà di medicina a Roma, dove il tempo libero dagli studi lo divideva tra la passione per la musica classica (frequentava regolarmente i concerti di Santa Cecilia) e un gruppo di amici, tra i quali Laura Lombardo Radice e Mirella De Carolis, che divenne sua moglie negli anni della guerra.

Il primo avvicinamento alla politica fu determinato dall’incontro con alcuni ebrei fuggiti dalla Germania nazista (parlava e leggeva perfettamente il tedesco); ma il tramite per la scelta di una vera militanza fu Bruno Corbi incontrato a Parigi assieme ad altri fuoriusciti antifascisti come Bruno e Gillo Pontecorvo, Eugenio Reale, Celeste Negarville, Giuliano Pajetta, Paolo Battino Vittorelli, Giuliana Nenni e Alessandro Bocconi.

Tuttavia nei ricordi di Aldo è il carcere di Civitavecchia a rappresentare il punto di svolta, l’esperienza basilare che lo trasforma, diceva lui, in un vero comunista. A contatto con persone di diversa e più umile origine sociale, non solo operai, Aldo impara a condividere tutto: per prima cosa la sua cultura e le sue conoscenze, che mette a disposizione dei compagni, inventando ingegnosamente stratagemmi per eludere la sorveglianza dei carcerieri impegnati ad impedire ogni possibilità per i detenuti di migliorare la propria istruzione, oltre che il semplice passaggio di informazioni e notizie. E poi anche il contenuto dei pacchi che la fidanzata Mirella gli faceva recapitare, dopo aver percorso in lungo e in largo le campagne abruzzesi (lei insegnava all’Aquila) per racimolare tutto il cibo che si poteva trovare; anche se dividere il cibo con i compagni di carcere, la base dell’essere comunisti, era vietatissimo e comportava come punizione la cella d’isolamento, a pane e acqua.

Dell’esperienza nel PCI, Aldo ricordava soprattutto la sua crisi del ‘56 (che riuscì a superare come quella seguita al Patto Ribbentrop-Molotov), ma conservandone i segni indelebili); e di tutti gli anni sessanta l’interesse crescente per la Cina di Mao, che lo portò a studiare il cinese in vista di alcuni viaggi ufficiali in quel paese e l’entusiasmo per la guerra di liberazione vietnamita (aveva conosciuto personalmente il generale Giap).

Poi le grandi speranze apertesi con il ‘68 e la disperazione per la miopia dei dirigenti comunisti che demonizzavano il movimento studentesco, infine la fierezza con cui, radiato dal partito, continuò a sentirsi e dichiararsi sempre comunista.
A Messina, dopo una breve missione all’inizio degli anni ‘50, non era voluto ritornare più. Fu convinto a farlo da alcuni amici nel giugno del 1994, dopo più di quarant’anni, per la presentazione alla libreria Hobelix della pubblicazione che riproduceva Il registro delle punizioni del carcere di Civitavecchia, che un secondino era andato a portargli a casa dopo la fine della guerra. Il viaggio di ritorno nella terra natia, insieme a Mirella, di nuovo per le tragedie a Siracusa e poi a Piazza Armerina e a Palazzolo Acreide per visitare la Casa Museo i cui oggetti gli riportavano via via alla mente ricordi di episodi dimenticati, fu una sorta di ritorno ad Itaca e Aldo andava recitando i versi dell’Odissea che gli erano più cari. Ed era commovente la ricerca di angoli e persino botteghe della città (il famoso bar Irrera) in cui cercava di rinnovare i sapori dell’adolescenza. Indicò la casa dove aveva abitato al numero 82 di via Risorgimento. Chiese anche notizie di un suo amico, Gaetano Livrea, che poi fu rettore dell’Università di Messina. Ricordava divertito un episodio successo nell’aula magna dell’Università di Messina: un roboante discorso di un gerarca fascista ad una assemblea del GUF fu interrotto da una sonora pernacchia.

Sul traghetto che lo riportava nel continente, una poesia scritta a penna sulla copia del Registro che aveva regalato a Gabriella De Angelis, cercava di dar voce al suo stato d’animo di quei giorni.

Pur lontano dalla politica attiva, Aldo non ha cessato di seguire con il rigore d’analisi che gli era proprio le vicende sempre più tristi del paese, senza tuttavia perdere la fiducia nella possibilità di un riscatto e lavorando alle lettere di Tatiana Schucht credeva veramente di poter stimolare la riapertura di un dibattito troppo frettolosamente archiviato. Non fu così e la delusione lo fece richiudere un pò più nei suoi amati libri e nella sua amata musica.

La morte di Mirella, la compagna di una vita, con cui aveva condiviso tra l’altro la tragedia della morte della prima figlia, all’età di quattro anni, gli ha inferto un colpo da cui non si è mai ripreso. Così di lui scrive Rossana Rossanda: “Dopo la morte di Mirella, la moglie, da alcuni anni non stava più bene. Non avrebbe cambiato la sua vita per un’altra, ma le solitudini del secolo le ha conosciute tutte. Sotto il fascismo quella del carcere, poi l’impegno della resistenza e il breve entusiasmo della rinascita, presto la durezza della guerra fredda nella Roma papalina ma colorata di rosso, le asperità degli scontri nel partito, altra solitudine nel 1956, altra speranza nei Sessanta, poi l’esclusione dal partito, nuova speranza e nuove difficoltà nel manifesto e, dopo, il ritiro. Solitudini mai esibite, sempre nella sua eleganza e riserbo. Non credo che abbia mai chiesto aiuto, né gli è stato dato, né l’avrebbe tollerato. Era un comunista, stirpe di signori nel Novecento. La terra gli sarà lieve”.

Ma restava in lui salda la memoria del carcere e i versi di Omero che ha continuato a recitare fino all’ultimo giorno, non per caso:

“ e poi continuammo a navigare, col cuore sconvolto,
felici di essere scampati alla morte, e insieme afflitti dalla perdita degli amati compagni”

“Per nove giorni continuammo a navigare anche di notte
e il decimo finalmente apparve da lontano la terra dei padri”

Le opere

• Antigone e il prigioniero: Tania Schucht lotta per la vita di Gramsci Editori riuniti, Roma, 1991
• L’età dello stalinismo: relazioni al convegno internazionale organizzato dalla fondazione istituto Gramsci di Roma e dall’istituto di filosofia dell’universita di Urbino, Urbino, 26-29 maggio 1989 / a cura di Aldo Natoli e Silvio Pons. – Editori Riuniti, 1991
• Lettere : 1926-1935 / Antonio Gramsci, Tatiana Schucht ; a cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele. – Torino: Einaudi, c1997.
• Lettere, 1926-1935 / Antonio Gramsci, Tatiana Schucht ; a cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele. – Torino: G. Einaudi, c1997.
• Mao Tse-Tung e il marxismo / Aldo Natoli.
• Mao Zedong dalla politica alla storia / a cura di Enrica Collotti Pischel, Emilia Giancotti, Aldo Natoli. – Roma : Editori Riuniti, 1988.
• Orwell e il 1984 del “Socialismo reale” / Ch. Bettelheim, A. Natoli, P.M. Sweezy ; a cura e con introduzione di Michele Cangiani. – Abano Terme: Francisci, 1984.
• Sulle origini dello stalinismo: saggio popolare / Aldo Natoli. – Firenze : Vallecchi, 1979.
• Mao Tse Tung: “Note su Stalin e Mao”, prefazione di Aldo Natoli, Laterza, Bari, 1975
• (con Lisa Foa) “La linea di Mao”, De Donato, Bari, 1971.
• (con Vittorio Foa, Carlo Ginzburg) Il Registro. Carcere politico di Civitavecchia 1941-1943, Editori Riuniti, Roma, 1994.

Paul Nizan e quei servi sciocchi di Mosca
di Aldo Natoli

Paul Nizan, scrittore e intellettuale comunista, studioso del materialismo degli antichi e dell’imperialismo dei contemporanei, cadde il 23 maggio 1940 in una località fra Lilla e il mare, nella seconda battaglia di Francia, allorchè i nazisti stringevano in una morsa di ferro e di fuoco il porto di Dunkerque, dal quale le truppe anglo-francesi cercavano scampo sul mare. Entro l’immane tragedia abbattutasi sull’Europa in quella primavera, la sua personale non va dimenticata. Fu la tragedia di un comunista restato improvvisamente solo; e, lo ha scritto Jean Paul Sartre, un comunista solo è perduto. Nella sua morte si compiva un fatto inesorabile.

Nell’approssimarsi dello scoppio della guerra (era redattore di politica estera di “Ce soir”, diretto da Aragon), Nizan aveva sempre sostenuto, contro la minaccia della Germania di Hitler, l’alleanza della Francia e dell’Unione Sovietica. Il patto tra Hitler e Stalin lo colse completamente di sorpresa; tuttavia, per quanto terribile fosse il colpo, egli cercò di darsi una ragione della mossa “cinica” con la quale i dirigenti sovietici avevano cercato di allontanare dal loro paese la minaccia immediata dell’attacco nazista. Ciò che lo spinse a dimettersi pubblicamente dal partito fu l’allineamento “imbecille” dei comunisti francesi, fu la spartizione della Polonia, fu l’ultimo folle tentativo della III Internazionale di presentare la Germania di Hitler come un paese pacifico e gli anglo-francesi come gli aggressori, unici responsabili della continuazione della guerra. Richiamato alle armi Nizan aveva respinto ogni lusinga, non era passato dall’altra parte, era rimasto comunista, un isolamento stoico, che nelle ultime lettere inviate alla moglie annuncia il presentimento di una fina accettata.

Marchio d’infamia

La memoria di quest’uomo caduto in combattimento contro i nazisti dopo aver assistito alla distruzione del proprio essere politico, fu con insistente ferocia insozzata dal partito comunista francese. La prima volta, nel marzo 1940, fu lo stesso Maurice Thorez, rifugiatosi all’estero, a scrivere su un giornale comunista svizzero di Nizan come di una spia della polizia, fautore alla fine d’agosto 1939 di un sedicente “comunismo nazionale”. Nel 1946 un filosofo come Henri Lefevbre pretenderà di scoprire negli scritti di Nizan la radice organica, l’ossessione psicologica del tradimento. A quell’epoca Lefevbre era membro del partito comunista: può darsi che più tardi, quando ne fu espulso, modificasse il suo punto di vista sulla psicologia di Nizan.

Sebbene mai alcuna prova, indizio o soltanto circostanza dubbia sia stata prodotta a carico di Nizan, doveva toccare ad Aragon di raggiungere il vertice più raffinato e sublime dell’uso della calunnia nei confronti della memoria di Nizan, quando (1949) pubblicò il primo volume del suo affresco storico-politico Les communistes, che doveva servire a rivestire di tricolore la politica dei comunisti francesi fra l’agosto del 1939 e il giugno del 1941, data dell’attacco hitleriano all’Urss. Nizan, ormai morto da dieci anni vi è rappresentato nel personaggio di Patrice Orfilat, un redattore de L’Humanité che, dopo l’annuncio del patto tedesco-sovietico, fornisce un miserabile spettacolo di paura e di opportunismo.

Perché il partito comunista francese ha infierito con tanta tenacia e con l’uso di mezzi così sofisticati, oltre che autorevoli, contro la memoria di Paul Nizan, con l’evidente scopo di imbrattarla per sempre con un marchio d’infamia? Il motivo è sufficientemente chiaro: Nizan, con il suo aperto dissenso rispetto alla politica di Stalin nell’agosto 1939, con il suo coraggioso dissenso pubblico, con il suo contegno modesto e inflessibile di comunista che non rinuncia alle proprie idee anche nel più completo isolamento, che rifiuta ogni compromesso con il potere, rappresentava una pesante testimonianza nei confronti della politica del partito nei primi due anni della guerra, era il germe di una cattiva coscienza per gli intellettuali comunisti, grandi e piccoli. Fra le defezioni che allora vi furono, anche numerose, per esempio nel gruppo parlamentare, la sua, le sue dimissioni erano rimaste inattaccabili nelle motivazioni e nei successivi comportamenti. Erano la denuncia ferma e irrefutabile delle improvvisazioni e delle incertezze, della mancanza di autonomia, infine del servile allineamento sulle posizioni dell’Unione sovietica, anche là dove ai comunisti francesi veniva imposto di cessare ogni critica alla politica hitleriana, fino al punto di contribuire ad occultare la gravità dei pericoli e a demoralizzare l’impegno a resistervi.

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