Inceneritore di Pace: da dove puzza il pesce?


di Giuseppe Restifo

L’inceneritore è una macchina che ingoia tutto, il rifiuto tal quale per come viene preso dai cassonetti, e riduce tutto in cenere. Ma è solo cenere quel che si produce nella stretta valle del torrente Pace, appena a Nord di Messina?

Per chi non c’è mai entrato dentro, l’inceneritore da lontano si presenta bene a chi risale il vallone. La mattinata è soleggiata e tersa, quando si presentano all’impianto il prof. Francesco Bottino, nominato dal Tribunale amministrativo in seguito al ricorso del Wwf, e i rappresentanti di questa associazione ambientalista. Inizia il sopralluogo: tutti dentro una stanzetta a snocciolare domande e questioni ai due rappresentanti di MessinAmbiente, la società che gestisce l’inceneritore, con il professore di Metodologie fisiche e chimiche dell’Università di Catania che scrupolosamente stila la lista delle cose da controllare.

Poi tutti via verso la “visita guidata” all’impianto. Si arriva nei pressi della fossa dove gli auto-compattatori svuotano i loro carichi e il contrasto delle percezioni diventa acutissimo: il cielo è limpido, l’atmosfera tersa, il puzzo nauseabondo. L’occhio percepisce che si sta smuovendo con una benna la spazzatura accumulata in quella fossa; il naso reclama che ci si allontani, prima che lo bocca restituisca la colazione del mattino. Il tempo di considerare che una raccolta differenziata minimale eviterebbe il marcire della cosiddetta “frazione umida” (i residui organici dei rifiuti) e si va via.

Su un piazzale, sotto una tettoia, c’è un grande cumulo di cenere accresciuto di continuo da un nastro trasportatore e da un operaio che regola il flusso. Nel cumulo ci sono anche pezzi di cartone e un pezzetto di giornale con un titolo “la Sicilia che cambia”. Evidentemente, prima dell’arrivo della “ispezione” qualcuno ha provveduto a dare una ripulita al piazzale; è impossibile che carta e cartone abbiano resistito ad una temperatura di almeno 850 gradi, quella del forno da cui fuoriesce appunto la cenere.

Il tempo di dare un’occhiata ai grandi sacchi di ceneri speciali accumulati su un altro lato del piazzale, quando si sente uno scoppio sordo seguito da un nuvolone di polvere: “sarà esplosa una bombola nel forno”, dice con una certa tranquillità uno dei due accompagnatori. Non altrettanto tranquilli sono i rappresentanti del Wwf, portati di lì a poco alla “bocca” di uno dei due forni, una sorta di oblò aperto da cui si guarda in pancia alla fornace, che dopo aver ingoiato i rifiuti li riduce in cenere a una temperatura di mille gradi. Una visione infernale, aggravata dalla polvere che era uscita poco prima a quella temperatura proprio da quell’oblò e che si era adagiata intorno. Si ritorna tutti alla stanzetta di prima a rifare domande, a richiedere tabelle e dati.

Quelli di MessinAmbiente sono impegnati a far funzionare al meglio, per quanto possibile, quell’inceneritore nato nel lontano 1979, passato attraverso modifiche, aggiustamenti, rincorse dei provvedimenti legislativi in materia di rifiuti, improbabili sicurezze anti-sismiche. Ma, sul punto di lasciare l’impianto, non ci si può sottrarre a un pensiero antico e vero: “il pesce puzza sempre dalla testa”. Le responsabilità ricadono tutte sui “decisori” politici, che decidono di continuare a puntare sulle follie gemelle: discariche e inceneritori.

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