Ninni Bruschetta: un messinese che fa l’attore


di Dominga Carrubba

Presso il ‘Circolo Pickwick’ (Via Ghibellina, 32Messina), Dario Tomasello e Vincenzo Bonaventura hanno presentato il saggio “Sul mestiere dell’attore” del concittadino Ninni Bruschetta, attore di cinema e televisione, ed anche regista teatrale.

Il saggio “Sul mestiere dell’attore” (2010, 132 p.,ed. Bompiani) non si limita a descrivere il modus recitandi imposto dal copione come fosse una kermesse in risposta alla domanda di un potenziale pubblico … “Non gl’immobili fantocci del Presepio; e nemmeno ombre in movimento. Non sono teatro le pellicole fotografiche che, elaborate una volta per sempre fuor dalla vista del pubblico, […], sempre identiche. Il Teatro vuole l’attore vivo, e che parla e che agisce scaldandosi al fiato del pubblico; vuole lo spettacolo senza la quarta parete, che ogni volta rinasce, rivive o rimuore fortificato dal consenso, o combattuto dalle ostilità, degli uditori partecipi, e in qualche modo collaboratori.” (Silvio D’Amico, ‘Storia del teatro’).

Ma, si tratta di un libro che con stile semplice e puntuale svela ai lettori la verità metafisica di Renè Guenon, riconosciuta dall’attore officiante che si scopre mediatore fra un testo e lo spettatore che ascolta, guarda e giudica, partecipando di una funzione messa in scena, sospesa fra l’Essere e il non essere, questa è la domanda (da ‘Amleto’ di W. Shakespeare)

Ninni Bruschetta de-contestualizza il mestiere di attore tramite il monologo di Amleto, dove William Shakespeare pone la domanda sul significato meta-fisico della vita intesa come l’Essere che con Grazia trasformante rende azioni le potenzialità insite in ciascuna individualità, tale da unirsi al Non – Essere illusorio “[…] in quel sonno di morte, quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale […]. Così la coscienza ci rende codardi tutti, e così il colore naturale della risolutezza è contagiato dalla pallida cera del pensiero, […] deviano dal loro corso e pèrdono il nome di azione (da ‘Amleto’ di W. Shakespeare)

Il mestiere di attore è trasmettere o portare al di là, dal verbo latino “tradere”, al di là della realtà esoterica, cioè interiore, verso quella exoterica,del qui ed ora; di nuovo il non – essere che crea il sogno espresso in un testo che l’attore controlla nel totale abbandono, senza farsi contagiare da alcuna cera del pensiero che possa deviare un’interpretazione fedele al personaggio, al quale la regìa ha dato forma come fine a se stessa. Il mestiere dell’attore è innanzitutto intuizione intellettuale, che legge dentro quel sogno, di cui l’autore è demiurgo, che prende corpo con presenza scenica degli attori, che rendono possibile il superamento dell’individualità dell’autore e nel contempo l’identificazione della causa – rappresentata dal demiurgo e dell’effetto – il testo interpretato in un tempo che nonha misura né qualità, perché date dal ritmo messo in scena, tale da creare un dialogo intellettuale con lo spettatore, innanzi al quale riprende il giudizio, che l’attore sospende già dalle prime prove di recitazione…quando […] Intanto il tempo davvero può essere istantaneo e fluire dal futuro al passato, dagli effetti alle cause, teleologicamente (…), – e ciò avviene appunto quando la nostra vita passa dal visibile, dal reale all’immaginario (Florenskij, ‘Saggio sull’icona’).

Gli attori che rappresentano i personaggi dell’immaginario sono insieme essere e non – essere, in quanto leggendo dentro il personaggio, imparano a fruire con la propria individualità – che agisce – di una trama illusoria prima ideata e narrata, poi sceneggiata e trasmessa al pubblico, che ne scopre quella verità significante ed interiore di un autore, divenuto ormai al servizio della sua creatura, allo stesso modo dell’attore che non deve studiare la parte, ma fare lo stesso sogno dell’autore e portarlo in scena.

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