La Sicilia nei corpi danzanti


di Francesco Saija

Piacevolissimo ed anche provocatorio, per i non appassionati della modernità, il balletto in un atto “Instrument 1: Scoprire l’Invisibile” con coreografie e regia di Roberto Zappalà, presentato al “Vittorio Emanuele” dal 3 al 5 dicembre. La “compagnia zappalà danza” è oggi considerata dalla critica come una delle più importanti realtà della danza contemporanea italiana. Essa si caratterizza soprattutto per la grande innovazione nel linguaggio corporeo. E’ inoltre da sottolineare la sinergia tra Zappalà e il messinese Nello Calabrò che è autore dei testi. Di Zappalà vogliamo anche ricordare la creatività innovativa nelle coreografie di particolari edizioni dei famosi musical “Jesus Christ Superstar” ed “Evita” e il grande successo ottenuto con “Semu tutti devoti tutti?”, premiato come migliore spettacolo italiano nel 2009, con riferimento a quel grande spettacolo di tradizione religiosa popolare che è la festa di S. Agata a Catania.

Lo spettacolo presentato al “Vittorio Emanuele” fa parte di un progetto che intende interpretare una Sicilia senza confini. E’ verissimo sostenere, come fa Bufalino, che la Sicilia non esiste. Sono tante le Sicilie, nel paesaggio, nelle culture, nella gastronomia, ed esse vanno viste da varie postazioni con le tante sfaccettature e da diversi punti di vista.

Le sfaccettature evidenziano il nostro meticciato di cui dobbiamo essere fieri. La prima tappa del progetto, dedicata al marranzano, che è uno strumento non solo siciliano, non cade certo nella trappola della “sicilianità” o del “sicilianismo” in cui invece è caduto qualche altro spettacolo presentato al “Vittorio Emanuele”. Zappalà, senza intellettualismi e senza forzature, ci propone un viaggio nell’invisibile che permette di rileggere la nostra Sicilia, con occhi universalistici, in cui la tradizione e la modernità e le varie culture si incrociano e si fondono in perfetta sintesi. I sette danzatori maschi si trovano a loro agio sulla scena e parlano con il corpo, anche nei momenti diciamo “muti”, dello spettacolo. Sin dall’inizio il passato ed il presente si incontrano e si fondono: le prefiche dell’inizio con i loro lamenti ci trasportano nella grecità siciliana e il batter dei tacchi sa anche di spagnolo mentre i muscolosi corpi maschili dello spogliarello ci inducono a pensare al bellissimo film “Full Monty” di Peter Cattaneo. Ma cosa dire dello strumento protagonista del balletto? La presenza nascosta ma appariscente del marranzano suonato con grande virtuosismo dal bravissimo Puccio Castrogiovanni ha esaltato la grande bravura dei danzatori acclamatissimi soprattutto dal pubblico giovanile. Castrogiovanni è riuscito a trasformare un piccolo e difficile strumento in una vera e propria orchestra, usando varie possibilità timbriche dello stesso. Un gioco continuo di corpi, di musica, di rumori, di silenzi e di luci che ha veramente appassionato la maggioranza del pubblico presente in sala. Vorremmo sommessamente sottolineare il fatto che esiste al teatro “Vittorio Emanuele” una gerontocrazia presenzialista, che va al teatro perché ha fatto l’abbonamento e che non accetta la modernità disturbando spesso gli spettatori vicini con un continuo chiacchiericcio e sfrigolio di carta di caramelline alla menta o all’anice e conseguenziali e continue tossi “canine”. In questi casi sarebbe meglio starsene a casa. Ma a Messina esiste comunque un pubblico attento e sensibile alle innovazioni teatrali e alla modernità. E’ bene che i direttori artistici tengano presente questa realtà che fa sperare in un futuro migliore.

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