La passione, il tradimento e l’onore: “Cavalleria Rusticana” apre la stagione lirica a Messina


di Valerio Ciarocchi, pianista e insegnante

Cavalleria Rusticana di Mascagni aprirà, con Il tabarro di Puccini, la stagione lirica 2010-2011 del Teatro Vittorio Emanuele di Messina[1].

 L’opera

  Fu la prima scritta da Mascagni[2], che vinse con essa il concorso per giovani compositori indetto dalla Casa Editrice Sonzogno, all’epoca forte concorrente della Ricordi. Nonostante il legame col Verismo, si può dire che questa opera non sia semplicemente verista. Spesso si usa semplificare dicendo che è un autentico esempio di Verismo musicale. Crediamo che si tratti di qualcosa di più complesso: certamente si può affermare che essa è un’opera moderna, sotto molti aspetti. Parte della critica sostiene che sia un’opera debole, musicalmente e drammaturgicamente. Certamente si è distanti dalle opere di Verdi, Wagner, lo stesso Puccini. Del resto diversa è la concezione compositiva di Mascagni e l’uso dei mezzi espressivi che egli fa nella sua scrittura musicale. Si può comunque affermare che grazie al suo apporto, unitamente a quello di altri musicisti contemporanei (su tutti Leoncavallo e la sua Pagliacci) nacque la cosiddetta “Giovane Scuola Italiana”, espressione questa di verismo musicale, ossia una nuova generazione di compositori che testimoniavano con il loro comporre che la musica italiana aveva un potenziale creativo che voleva andare e di fatto andava oltre il culmine verdiano. Di questa “Scuola” Cavalleria Rusticana è stata l’autentico prototipo ed un modello ispiratore. In quel momento Puccini doveva ancora comporre le sue Manon Lescaut e La Bohème.

 La vicenda

 I fatti narrati nell’opera sono noti. La storia si svolge in un paese siciliano nel giorno di Pasqua, all’epoca della prima rappresentazione (come specifica il libretto) ed intreccia le storie Alfio (baritono) e Turiddu (tenore), Lola (mezzosoprano) e Santuzza (soprano). Storie di passione, tradimenti, gelosia, rispetto ed onore. Alfio è un carrettiere ed è sposato con Lola. Ma questa lo tradisce con Turiddu, suo primo fidanzato. Questi è appena tornato dal servizio militare, ed a sua volta è fidanzato con Santuzza ed è figlio di Lucia (contralto), con la quale gestisce un’osteria. Santuzza scatenerà l’ira di Alfio, rivelandogli la tresca amorosa di Lola e Turiddu. Alfio sfida a duello di coltello Turiddu davanti ai paesani, radunati in piazza dopo la Messa. Turiddu, fingendosi ubriaco si congeda dalla madre, affidandole Santuzza. Il duello non si vede sulla scena, ma la morte di Turiddu è annunciata da una voce femminile che grida il celeberrimo: “Hanno ammazzato compare Turiddu”.

 Fortuna dell’opera

 Al di là della trama, musicalmente ci sembrano di pregio gli intermezzi affidati all’orchestra, apprezzati al punto da essere utilizzati nel film Il Padrino III e da Scorsese per Toro scatenato, oltre a fare da sfondo sonoro per alcune pubblicità. Di rilievo anche alcune arie, affidate ai protagonisti: “O Lola c’hai di latti la cammisa” (Turiddu), canzone siciliana che apre l’opera subito dopo l’introduzione orchestrale; “Il cavallo scalpita” (Alfio); “Voi lo sapete, o mamma” (Santuzza); “Viva il vino spumeggiante” e “Mamma, quel vino è generoso” (Turiddu). Bello anche il duetto tra Turiddu e Santuzza: “Tu qui, Santuzza”. La fortuna popolare dell’opera, a prescindere dalle critiche mossegli è stata costante. Anche il cinema se ne è occupato, con varie versioni cinematografiche, tra le quali spicca quella di Zeffirelli, del 1982. Se di Verismo vogliamo parlare in questo caso, dobbiamo affermare con Iovino che esso va cercato in «uno stile di canto che tende a sfruttare appieno, fino all’eccesso, le potenzialità espressive della voce. Ancora, la predilezione per le passioni incontrollabili, colte nella loro immediatezza»[3]. Drammaturgicamente egli non volle stabilire un modulo da ripetere in ogni lavoro. Preferì piuttosto sperimentare situazioni diverse, ricercando le giuste occasioni in cui mettere alla prova la sua capacità inventiva.


[1] Il 26, 28, 30 ottobre, Dir. V. Clemente, regia di M. Mirabella, Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele, Coro Lirico “F. Cilea”, nuovo allestimento in coproduzione Teatro di Messina – Teatro Petruzzelli di Bari. 

[2] È un’opera in atto unico, su libretto di G. Targioni-Tozzetti e G. Menasci, tratto dall’omonima novella di G. Verga. La prima rappresentazione si ebbe nel 1890 al Teatro Costanzi di Roma.

[3] R. Iovino, Pietro Mascagni, in AA.VV., Grandi operisti italiani, San Paolo, Milano 1996, 162.

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