L’economia italiana resta a galla grazie agli extracomunitari


di Jessica Ingrami

“Gli immigrati fanno quei lavori che gli italiani di oggi non vogliono più fare”. Quante volte abbiamo sentito questa frase e quante volte abbiamo fatto spallucce, sottovalutandone la verità intrinseca. Eppure occorre ammetterlo, l’Italia ha bisogno degli immigrati per far andare avanti la “baracca”. Basta fare qualche esempio: i conciatori nigeriani di pelle in Veneto, i facchini indiani a Reggio Emilia, i pescatori tunisini a Mazara del Vallo, i raccoglitori senegalesi di mele nella Val di Non, gli sikh che allevano le bufale in Campania, i camionisti albanesi e romeni. Senza dimenticare l’assistenza fornita ai nostri anziani da parte degli stranieri e i lavori di pulizia che svolgono nelle case e nei condomini.

L’integrazione non è più solo un miraggio, bensì un dato di fatto e a beneficiarne è l’economia italiana: chi arriva dall’estero e parla un italiano strascicato rappresenta il 9% del Pil. In tre anni sono raddoppiate le acquisizioni di cittadinanza italiana e 1 milione di lavoratori stranieri si è iscritto ai sindacati. La collettività più numerosa è quella romena con 625 mila residenti, segue quella albanese con 402 mila e quella marocchina con 366 mila; attorno alle 150 mila unità, invece, si collocano la comunità cinese e quella ucraina. All’inizio del 2010 gli immigrati regolarmente presenti sul nostro territorio erano ben oltre 4 milioni, rappresentando il 7,1% della popolazione.

Il primo marzo 2010 la moltitudine d’immigrati che vivono in Italia ha incrociato le braccia per una “giornata senza di noi”. La grande manifestazione non violenta aveva l’obiettivo primario di far comprendere all’opinione pubblica quanto fosse decisivo l’apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della società. E avevano ragione. Le 300 mila persone presenti nelle piazze italiane hanno sventolato lo spauracchio di un black out totale: senza di loro, il primo settore ad arrestarsi sarebbe quello delle costruzioni, soprattutto nelle grandi città in cui la manodopera straniera raggiunge il 50%.

Poi toccherebbe all’industria manifatturiera, come quella tessile, metalmeccanica o alimentare, e dopo all’agricoltura, in cui la raccolta è in mano a immigrati stagionali e irregolari: sarebbero freddi i forni a ciclo continuo delle aziende di ceramica e deserti i mercati ortofrutticoli. La crisi arriverebbe anche nelle aziende zootecniche, dove la macellazione degli animali è affidata per il 50% agli stranieri. E infine, niente più badanti, colf e babysitter; niente più infermieri, che nella sanità privata arrivano a 100 mila e in quella pubblica lavorano tramite cooperative.

Una parte consistente dei nuovi migranti accetta lavori faticosi, malpagati e poco ambiti proprio perché non ha alternative. Questa disponibilità da parte dei “nuovi arrivati”, unita a una uguale domanda di queste figure da parte degli imprenditori, sta alla base della continua necessità di manodopera immigrata. L’esempio lampante si nota ogni anno al via della stagione dei raccolti, soprattutto nel Sud Italia.

L’episodio di Rosarno dello scorso gennaio 2010, definito “la rivolta degli immigrati”, ha definitivamente scoperchiato il vaso di Pandora, facendo trapelare storie di discriminazione e schiavismo da sempre celate e, allo stesso tempo, rivelando l’irrinunciabile necessità di braccianti stranieri per assicurare il made in Italy nei nostri mercati. All’inizio di marzo le 30 mila aziende agricole che assumono lavoratori stagionali immigrati erano già in apprensione per il ritardo nell’ingresso di 80 mila stranieri: forse perché da loro dipende il 10% dei raccolti nelle campagne, in cui è stato stimato che più di un lavoratore su dieci arriva da oltre confine.

Questi lavoratori in trasferta, perché di questo si tratta, senza dover per forza chiamarli immigrati o extracomunitari, arrivano nelle nostre campagne per svolgere un lavoro che deve essere fatto. Né più, né meno. E in base a questo dovrebbero essere trattati. Invece, si trovano spesso a lavorare dodici ore per una trentina di euro e a “rincasare” per la notte in rimesse abbandonate con servizi igienici inesistenti e giacigli di fortuna. Anche da questo nasce il malcontento generale: degli operai, che vivono in condizioni inumane, e dei residenti, che vedono per strada queste figure lerce e disperate.

Non sarebbe forse il caso di prendere atto della realtà e agire nel rispetto dei fondamentali diritti umani? L’amministrazione comunale di Nardò, nel leccese, ha cercato di porre rimedio a queste situazioni estreme: ha allestito sul proprio territorio una vera e propria tendopoli in grado di accogliere un numero definito di tende, insieme a brandine, bagni chimici, docce e lampade, per ospitare la manodopera straniera necessaria nella raccolta delle angurie. Non sarà certamente un hotel, ma è senza dubbio un appoggio più comodo e dignitoso per persone che sono cittadini a tutti gli effetti, dotati di regolare permesso di soggiorno e contratto di lavoro.

Immigrati indispensabili, dunque, e sempre più spesso convenienti. Immigrati che non si pongono troppe domande, ma guadagnano più che possono per aiutare i familiari rimasti in patria. E anche così, senza saperlo, rafforzano la nostra bilancia dei pagamenti. Le rimesse degli stranieri verso i loro paesi d’origine sono aumentate di dieci volte nell’ultima decade: nel 2000 ammontavano a poco più di 500 mila euro, attualmente siamo ben oltre i 6 miliardi di euro. Un giro d’affari che contribuisce sensibilmente a rimpinguare i conti dello Stato e, contemporaneamente, a sviluppare un business in continua espansione: quello delle agenzie di Money Transfer.

Grazie all’arrivo e allo stanziamento continuo e crescente degli stranieri, l’Italia è tra i primi cinque mercati del mondo per i quattro “big” del settore: Coinstar, MoneyGram, Ria Financial Services e Wester Union, alle quali si aggiungono un’ulteriore settantina di agenzie minori registrate e attive su tutto il territorio. L’intera Italia è terreno di caccia: la concorrenza e le mire espansionistiche di questo tipo di aziende crescono proporzionalmente all’ingresso degli immigrati.

Senza di loro saremmo uno Stato in rovina? Probabilmente no, ma di sicuro il contributo che apportano è grande, anche se difficilmente quantificabile. Ignorare completamente il bisogno che abbiamo di loro o ammetterlo quanto basta per ingaggiarli a lavorare e poi dimenticarsene, non sarà mai la soluzione e porterà presto il Paese al collasso. Quello che non ci serve è proprio una grande, nuova “Rosarno”.

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