Non farsi arruolare nel circo


di Sergio Luzzatto – il Sole 24 Ore

Su «Libero», Filippo Facci e Antonio Socci hanno firmato insieme un articolo degno di nota. Prendendo a bersaglio l’arringa televisiva che Emilio Fede aveva pronunciato contro Roberto Saviano, i due giornalisti hanno rivendicato non soltanto l’evidenza per cui la lotta alla camorra non è di destra né di sinistra, ma anche il principio per cui gli intellettuali migliori sono quelli capaci – come Saviano – di «non farsi arruolare in nessun circo politico o mediatico». Dunque, hanno aggiunto Facci e Socci con meritoria franchezza, «non è il caso che ce lo arruoliamo noi».
In effetti si assiste oggi a un curioso paradosso. Le ideologie (sentiamo dire ormai da vent’anni) sono finite. I partiti politici tradizionali pure, e con èssi le variopinte schiere di “intellettuali organici” o “compagni di strada “. Su queste basi, la destrutturazione del paesaggio politico-culturale della Prima Repubblica avrebbe dovuto ragionevolmente produrre una generazione di intellettuali non conformisti. È successo invece il contrario. La fine dei partiti e delle ideologie ha alimentato un bisogno biunivoco di appartenenza.
Ridotti a comitati elettorali, quando non a centrali affaristiche, ¡partiti della Seconda Repubblica hanno cercato di accreditarsi sulfronte dell’intellighenzia attraverso il nuovo format delle cosiddette «fondazioni politico-culturali»: imitazioni davvero pallide dei mitici think tanks anglosassoni, anche perché emanazioni dirette dell’uno o dell’altro leader. Quanto agli intellettuali, rimasti orfani di ogni possibile poltrona nei comitati centrali o nei consigli nazionali d’antan, hanno preso a sognare qualunque strapuntino in un “consiglio scientifico”o in un “comitato dei garanti”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un unico Saviano, solitario eroe del nostro tempo, e una pletora di intellettuali “vicinia”o “omicidi”, Socrati da Facebook.
Oggi, quella del circo politico-mediatico è un’immagine scontata, ma esatta. E il circo in questione ha bisogno di tribune contrapposte, come in (quasi) tutti gli studi televisivi per talk-show. È il modello del non dimenticato Gianfranco Funari: amici contro nemici, noi di qua voi di là. Egli intellettuali del Belpaese, nel loro piccolo, si adattano. Ma lo fanno a caroprezzo. Poiché per salire sull’una o sull’altra barricata da talk-show, devono rendersi riconoscibili Per rendersi riconoscibili, devono riuscire prevedibili. E per riuscire prevedibili, devono essere dogmatici.
I direttori del circo provvedono poi a smistare il traffico, muovendo dal postulato per cui un intellettuale non esprime mai sapere vero, frutto di ricerche serie e addirittura disinteressate, ma soltanto sapere verosimile, trippa per le opposte macellerie. Secondo l’esempio offerto dal giornale «Libero» nel giorno stesso dell’uscita dell’articolo di Facci e Socci: là dove il direttore Belpietro, plaudendo all’uscita del sindaco di Milano sugli immigrati clandestini che normalmente delinquono, cercava di suggellare il Moratti-pensiero con l’autorità delle ricerche sociologiche di Marzio Barbagli «studioso bolognese di rigorosa fede post comunista».
Come se tutto ciò non bastasse, la destrutturazione del paesaggio politico-culturale d’una volta ha avuto l’effetto di accrescere la sovranità del mercato nella sfera dell’intellighenzia. Con esiti talora paradossali come quello per cui Silvio Berlusconi proprietario della Mondadori,può deprecare il successo mondiale di Gomorra, bestseller della Mondadori… Oppure con esiti deteriori, come quello emerso in questi giorni intorno al Salone del Libro di Torino e al piccolo “caso” del romanziere Alessandro Perissinotto.
Può ben essere che lo scrittore torinese, nel momento in cui ha denunciato quale episodio di censura lo spostamento d’orario disposto dagli organizzatori per la presentazione del suo libro Per vendetta, abbia voluto farsi pubblicità Così pure, può ben essere che il presidente della Fondazione che gestisce il Salone, Rolando Picchioni confinando la presentazione del volume a un orario sfavorevole, abbia voluto ridimensionare l’impatto di una discussione pubblica sulla loggia P2: uno dei temi evocati da Perissinotto in Per vendetta, ma tema scomodo per il presidente della Fondazione del libro, ex iscritto alla P2… Di sicuro, la giustificazione fornita da Picchioni assomiglia alla toppa del proverbio, quella peggiore del buco.
Picchioni ha spiegato infatti come sia stata la Compagnia di San Paolo – sponsor del padiglione dove Perissinotto doveva inizialmente presentare il romanzo – a depennare l’autore dall’elenco degli ospiti. Cioè, in pratica, Occhioni ha ammesso che il Salone del Libro di Torino, sbandierato urbi et orbi quale evento culturale italiano dell’anno, obbedisce supinamente alle logiche imperscrutabili dell’uno o dell’altro sponsor. che è un po’ come dire: Viva la dipendenza della libera cultura dal mecenatismo d’antico regime!

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