L’utopia di Munzer profeta dei poveri


di Cesare  Demarchi – La Stampa
A trent’anni dalla traduzione e a quasi novanta dalla prima edizione tedesca, Feltrinelli ristampa il saggio di Ernst Bloch ‘Thomas Münzer teologo della rivoluzione’. Un libro impegnativo, a tratti arduo, che parla della storia in termini di teologia, e della teologia in termini storici; mettendo forse, al di sopradi entrambe, la filosofia politica.
Il volume delinea, nella prima parte, la figura del predicatore e agitatore Münzer, guida della rivoluzione contadina del 1525, che si concluse in un bagno di sangue cui seguì il supplizio dello stesso Münzer. La seconda parte è dedicata invece al pensiero teologico di Münzer, la cui ricostruzione è complicata dalla scarsità di testi originali del predicatore e dall’abbondanza di documenti e giudizi di parte avversa. Studiando questi documenti Bloch imbocca una via diversa da quella che, nell’ambito del marxismo, aveva inaugurato Engels e poi proseguito Kautsky, secondo i quali il fallimento della rivoluzione contadina era la conseguenza inevitabile di una coscienza politica immatura e deformata in senso religioso, che a sua volta discendeva da uno sviluppo ancora insufficiente delle forze produttive.
Bloch, marxista sui generis, percorre il cammino inverso, e un cammino inverso fa percorrere anche all’idea comunistica.
Per lui infatti il comunismo delle sette cristiane non è un’espressione politico-religiosa immatura o incompleta, ma il primo impulso da cui si originerà lo stesso comunismo moderno. Il chiliasmo, con la sua carica utopica, con la sua ribellione all’autorità costituita e a qualsiasi mediazione ecclesiastica tra l’uomo e Dio, preannuncia il comunismo moderno: la rivoluzione francese, scrive Bloch, «difficilmente si sarebbe potuta accendere solo con Diderot, neppure con Rousseau, ma sempre e ancora con il chiliasmo» (p. 94); di più: il bolscevismo è stato capace di «produrre le condizioni industriali mancanti al marxismo solo a partire dalla volontà» di affermare «l’ideale comunistico più vicino alla natura umana» (p. 100).
Bloch si attirerà così gli inevitabili fulmini del Lukács di Storia e coscienza di classe, ma percorrerà fino in fondo la sua via originale di rifondazione del marxismo, sostenendo che il movimento storico, pur svolgendosi in forma di lotta tra le classi, è in realtà determinato da una successione di stati utopici della coscienza sempre protesi al trascendimento della condizione presente: dal Paradiso terrestre in poi tutta la storia umana non è altro che ribellione all’autorità in nome dello «spirito dell’utopia». Il colore religioso e anche mistico della ribellione contadina del 1525 non è un guscio ideologico sovrapposto a motivazioni economico-sociali, ma è la forma autentica che la tensione trascendente assume in quel particolare momento storico e a quello stadio di sviluppo delle forze produttive. Con l’avvento del capitalismo, indubbiamente, la coscienza utopica muterà forma e parlerà altro linguaggio; ma ora, alle soglie del mondo moderno, mormora ancora la parola esaltata delle sette ereticali.
Rispetto alle chiese stabilite la straordinaria vitalità delle sette si spiega con l’intensa dinamica interna di utopia e azione, che a quelle manca. Molto male esce da questa analisi storico-teologica lo «statico» luteranesimo con la sua svalutazione delle opere a vantaggio della fede, rispetto a cui l’altra religione riformata, il calvinismo, e lo stesso cattolicesimo concedono all’azione una qualche parte, per quanto non molto più che formale o sussidiaria, nel conseguimento della salvezza.
Questo Münzer, come ben mette in luce l’introduzione di Stefano Zecchi, risente del clima espressionistico in mezzo al quale è nato, nel 1921, e non solo perché nelle avanguardie artistiche Bloch trovava un’affinità col ribellismo delle sette chiliastiche, ma anche per le forzature lessicali e sintattiche di cui dissemina il suo testo, che non risparmia ostacoli al lettore e, a maggior ragione, al traduttore.

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