Brigandì, messinese, si dimette da deputato della Lega


di Luciana P. Pellegreffi
«Mi dimetto perchè non ha più alcun senso fare il parlamentare. Le Camere sono state svuotate di ogni loro funzione. Non hanno più alcun potere di iniziativa legislativa e sono state messe nella condizione di fare solo il notaio della volontà del governo». A lanciare il suo «j’accuse» contro un sistema che mortifica il ruolo del «legislatore-principe» è Matteo Brigandì, deputato e avvocato della Lega. Martedì prossimo Montecitorio dovrà discutere le sue dimissioni presentate con una lettera al presidente della Camera Gianfranco Fini già prima delle ultime elezioni. «Io non me ne vado dalla Lega sia ben chiaro – precisa subito Brigandì – semplicemente non sopporto più questa ipocrisia. Fare il parlamentare, adesso come adesso, non ha più senso. Non ti danno la possibilità di poter incidere nel processo di formazione delle leggi. Anche se fai qualche proposta di legge, non viene presa in considerazione. Acquistiamo importanza solo quando dobbiamo schiacciare il bottone per votare quello che ti chiede la coalizione o la forza politica a cui appartieni. Pertanto io mi chiamo fuori da questa situazione e torno a fare solo l’avvocato». Quando ha cominciato a fare politica però l’esponente della Lega non pensava che il ruolo del parlamentare fosse così mortificante. «Quando sono entrato in Parlamento – racconta – speravo di poter dare il mio contributo. Faccio l’avvocato da una vita e pensavo di poter mettere a disposizione il mio bagaglio di conoscenze per poter migliorare le cose, per arrivare a mettere a punto delle riforme, per partecipare al processo legislativo dando anch’io una mano. Piano piano, invece, mi sono reso conto che tutto questo non sarebbe mai potuto accadere. Le vere riforme della giustizia tanto auspicate dal centrodestra non sono state fatte. Solo annunci, ma nessun fatto concreto». «Tutto insomma – prosegue – si limita solo a prendere visione di provvedimenti scritti dagli uffici legislativi del governo o dei partiti e ad approvarli qualora te lo chiedano. Punto». Sinceramente «un pò poco», osserva Brigandì «per chi pensava di dover fare il ‘legislatorè. E così me ne vado – sottolinea – io, il notaio del ‘Palazzo accantò non lo voglio più fare. Rinuncio a questa vita e torno alla mia, in provincia, dove almeno ho la libertà di decidere e di poter dire la mia». «Speravo venissero fatte le riforme della giustizia che stiamo annunciando da anni. E invece niente. Ma è su tutta la politica giudiziaria che non si riesce a decidere nulla davvero e a far fronte comune. Un pò di tempo fa, ad esempio, ho presentato un’interrogazione per chiedere a quanto ammontasse lo stipendio di Palamara, il presidente dell’Anm. L’avevo chiesto chiaramente in tono polemico perchè volevo denunciare il fatto che questo magistrato, che vive praticamente tra televisione e radio, non lavora mai. E sapete come mi ha risposto il sottosegretario? Che l’attività della Procura va benissimo e che anche gli stipendi sono quelli previsti per la funzione di magistrato. Ma che c’entra?». «Ovviamente la risposta che ho ricevuto non riguarda in alcun modo la mia decisione di dimettermi – precisa Brigandì – però mi ha fatto capire tante cose». «Insomma – conclude l’esponente del Carroccio – io non voglio più fare lo ’schiacciabottonì di nessuno. E vorrei che il Parlamento tornasse ad essere il luogo dove veramente risiede la sovranità del popolo. Tutto qui. È vero, ho ricevuto in questi giorni la solidarietà di tanti colleghi, ma non appena sapranno il vero motivo della mia decisione (sinora sono stato zitto perchè si doveva andare a votare) probabilmente diranno ’sì alle mie dimissioni».
CHI E’ BRIGANDI’. Matteo Brigandì, che ha rassegnato le dimissioni da deputato perchè ormai i parlamentari sono diventati solo degli «schiaccia-bottoni», è nato a Messina il 20 marzo del 1952. Laureato in giurisprudenza è l’avvocato della Lega Nord. Ha difeso Umberto Bossi in ben 199 processi dai quali, ricorda lo stesso Brigandì, è risultato «sempre assolto». Eletto nel 2008 alla Camera, era già stato in Parlamento nella XV e XII legislatura. Attualmente è componente della commissione Giustizia della Camera e della Giunta per le Autorizzazioni a procedere. Tra i firmatari (insieme al collega del Pdl Enrico Costa) del ddl sul legittimo impedimento, Matteo Brigandì ha proposto anche l’elezione diretta «da parte del popolo» del Csm. Sue, inoltre, la proposta di legge anti-prostituzione che trasformava il reato in semplice contravvenzione punita con pena pecuniaria; quella per ridurre l’uso delle auto-blu; per istituire il registro di chi accetta di destinare il proprio corpo per scopi di studio, ricerca e formazione; per revocare la cittadinanza agli stranieri accusati di reati gravi. La Corte d’Appello di Torino nel 2008 lo ha assolto con formula piena dall’accusa di truffa ai danni della Regione Piemonte. In primo grado, nel 2006, il parlamentare era stato, infatti, condannato a due anni di carcere. La vicenda era legata all’indennizzo concesso nel 2003 dalla Regione a un commerciante d’auto del torinese che sosteneva – falsamente, secondo la procura – di essere stato danneggiato dalle alluvioni del 1994 e del 2000. All’epoca Brigandì era assessore regionale agli affari legali. Famoso alla Camera per alcuni scontri verbali con i colleghi dell’opposizione, come quello con Fabio Evangelisti (Idv) che aveva dato delle «scimmie» ai deputati leghisti, è stato l’unico del suo partito a votare contro l’ultimo rifinanziamento della missione in Afghanistan.

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