Precarietà


di Gigi  Roggero – Il manifesto

La questione dell’università in Italia non riguarda il malaffare. Dire questo (si tranquillizzino i Travaglio e la fiorente editoria che campa sugli archivi di magistratura e polizia) non significa che non ci siano corrotti, al contrario. Significa invece spostare l’attenzione sulla «struttura»: è il sistema che produce corruzione, non sono i corrotti a determinare il sistema. Mostrarlo è un grande merito di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, in un libro rigoroso e utile (I ricercatori non crescono sugli alberi, Laterza, pp. 117, euro 12). Sul sito ricercatorialberi.blogspot.com sono apparsi molti commenti e recensioni (tra cui quella di Roberta Carlini apparsa sul sito di «sbilanciamoci» e poi ripreso da il manifesto il 31 gennaio) che testimoniano la capacità dei due fisici di aprire una discussione sull’università non «cannibalizzata» dalla fame di scandali dell’opinione pubblica giustizialista.
I mali diagnosticati non sono inediti: lo storico sottofinanziamento della ricerca, l’irreversibile invecchiamento del corpo docente, il drammatico blocco del turn-over, le nefaste conseguenze delle politiche di Gelmini-Tremonti. Ma la dovizia di particolari e dati rende le argomentazioni ulteriormente convincenti e difficilmente controvertibili. Analizzando la struttura demografica, ad esempio, si mostra come il 56% dei docenti sia ultracinquantenne, mentre solo il 2% ha meno di trent’anni. Lette all’interno del sistema a code dell’università italiana, queste cifre spiegano non solo perché la precarietà sia (qui come altrove) un elemento strutturale del funzionamento degli atenei, ma anche perché – essendo la norma e non l’eccezione – non vi sia possibilità di riassorbimento, configurando piuttosto una lotta che avrà un forte aspetto generazionale.
Se la condanna delle politiche della maggioranza è, giustamente, senza appello, non si trova – altrettanto correttamente – alcuna fiducia nei «progetti» dell’opposizione. Così, se nel 2008 Berlusconi ha sacrificato i soldi per i progetti di ricerca al (fallimentare) salvataggio di Alitalia, l’anno prima il governo Prodi aveva dirottato i fondi agli autotrasportatori. La strategia di abbandono di formazione e ricerca è, dunque, interamente bipartisan. Un’assenza di idee riempita da una soffocante centralizzazione statalista e dall’ipernormativismo burocratico, in cui i drastici tagli devono essere compensati dall’aumento delle rette e dal basso costo della forza lavoro. È la ricetta di Perotti: la crisi la paghino studenti e precari.
«Liberalizzare» e «privatizzare» sono le parole magiche a cui gli autori si oppongono. Ma in un paese in cui i privati investono meno dell’1% nell’università e sono dopati dai soldi pubblici, la parola d’ordine centrale è «dismissione», per conservare le posizioni di rendita e di potere che i riformatori giavazziani non si sognano affatto di toccare. Passando alle «terapie», allora, è evidente che il primo nemico da abbattere è la struttura feudale.
Prendiamo la questione del reclutamento: dopo l’ennesima inutile alchimia legislativa, è ormai chiaro a tutti che sono proprio i concorsi a perpetuare quello che gli autori chiamano lo ius primae noctis riservato ai baroni. Non possiamo allora dire che vanno aboliti? Perché non ipotizzare – tuffandosi in un coraggioso dibattito – una forma di chiamata diretta dall’anagrafe dei precari in cui i docenti paghino in prima persona (e sarebbe la prima volta) le scelte che fanno? Non consentirebbe forse ai precari da un lato maggiore mobilità, possibilità di reddito e aggregazione orizzontale, dall’altro di svincolarsi dal sistema a code e di individuare i reali rapporti di sfruttamento dentro l’università? Ciò permetterebbe, inoltre, di separare ciò che l’attuale trend aziendalistico-feudale unifica: valutazione e meritocrazia, ossia il lavoro vivo che produce i saperi e la misura artificiale che lo gerarchizza. Fare della valutazione un campo di battaglia, renderla immanente alla cooperazione sociale, significa dunque porre il problema della decisione sui fondi, sui salari e sul welfare, non abbandonarla al potere feudale, al disinvestimento dello Stato e al parassitismo privato. E se qualcuno grida alla complicità con il «neoliberismo», va fato presente che, mutatis mutandis, il punto di vista è analogo a quello di Lenin nella polemica con i populisti sullo «sviluppo del capitalismo». Quantomeno, la compagnia è buona.
SCHEDE
Piani e progetti per la formazione
Come tutti gli altri paesi europei, anche l’Italia non raggiungerà il 3 per cento del Pil in investimenti in ricerca entro quest’anno. Stando però agli annunci del governo, qualcosa si sta muovendo, ma in ordine sparso, al punto da far parlare di inversione di rotta ai continui tagli alla ricerca e alla formazione che hanno contraddistinto i passati governi, sia di centrodestra che di centrosinistra. Rimare da capire se è il solito annuncio non seguito da nessun atto. Entro il 2012 sono stati comunque annunciati investimenti per 10 miliardi di euro con lo scopo di arrivare all’1 per cento del Pil, creando 30 mila nuovi posti da ricercatore. Il Miur ha annunciato il Programma Nazionale della Ricerca (Pnr) 2010-2012 finanziato con 400 milioni di euro dei fondi First per il 2009. Il provvedimento è stato criticato perché prevede interventi di breve-medio periodo e non una politica di «lunga durata». Inoltre, la scelta di privilegiare la ricerca applicata, oltre che l’esiguità delle risorse a disposizione, ha spinto 1341 ricercatori a sottoscrivere un appello di protesta («Aiutateci a salvare la ricerca di base nel nostro paese»). Il Pnr è ancora in attesa del parere del Cipe e dell’approvazione del Consiglio dei ministri. Il 5 gennaio il ministro delle attività produttive Scajola ha lanciato i «contratti di innovazione», 2 miliardi di euro per sostenere la ricerca applicata, e non quella di base. Questi incentivi sono previsti all’interno del Programma operativo nazionale (Pon) 2007-2013, cofinanziato dal fondo europeo per lo sviluppo regionale (1,6 miliardi) e dovrebbero agevolare il Meridione. I campi di intervento sono: biotech, aerospaziale, trasporti e logistica, ambiente, Ict e beni culturali. Il 3 febbraio il ministro Maria Stella Gelmini ha firmato il decreto sulla ripartizione del Fondo agevolazioni per la ricerca 2009 (Far): 510 milioni con i quali le piccole e medie imprese potranno finanziare dottorati, ospitare ricercatori.

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