Palermo. La vita per gli artisti contemporanei e il gotico


di Marco Bussagli – Avvenire

Certo che l’Italia è un paese, a dir poco, singolare. Voglio dire che, come una fenice, rinasce dalle proprie ceneri e fa rivivere di rinnovato splendore quel che poco prima sembrava segnato da un destino senza vie d’uscita. Mi riferisco a quella splendida realtà culturale che è, oggi, il Palazzo Belmonte Riso la cui elegante faccia­ta rende più bello il Corso Vittorio Emanuele di Palermo. L’edificio set­tecentesco era, in origine, un ‘Ospizio’ del XV secolo (detto ‘Ospi­zio Grande’) ereditato, nel Seicento, dalla famiglia Ventimiglia dei principi di Belmonte che lo fece riattare, nel 1784, dall’architetto Vin­cenzo Marvuglia, nipote del più noto Venanzio Giuseppe (1729-1814), allievo di Vanvitelli.
Ridotto a poco più di un rudere e, fino a qualche anno fa, completa­mente abbandonato, è rinato a nuova vita divenendo, nel 2008, sede attivissima del nuovo Museo Regionale d’Arte Moderna e Contem­poranea di Palermo. In realtà, come ha precisato Raffaele Lombardo, Presidente della Regione Siciliana: «Palazzo Riso non è solo un Mu­seo… è un laboratorio d’idee, catalizzatore e ripetitore d’eventi…». Ossia, spiega Renato Quagli, un luogo capace di tessere una tela cul­turale che pone la nuova realtà siciliana in rapporto con i musei af­fini di Gibellina (con Ludovico Corrao e il Grande Cretto di Burri), di Fiumara d’Arte e di Siracusa; ma anche – aggiungiamo noi – in grado di stimolare, al di fuori delle proprie sontuose stanze, eventi impor­tanti che abbiano come tema la riflessione sul linguaggio dell’arte dei nostri giorni.
È quel che è accaduto con la bella mostra Es­sential Experiences che coinvolge un altro gioiello della museografia palermitana: quel Palazzo Abatellis, sede della Galleria Regio­nale della Sicilia, che ha avuto nella storia re­cente momenti di stasi, proprio come Palaz­zo Riso, visto che è stato chiuso dal 4 febbraio 2008 al 12 novembre 2009 per permettere ne­cessari e non più procrastinabili lavori di re­stauro.
Il tema della mostra, infatti, prende spunto proprio da uno dei capolavori conservati nella Galleria Regionale, ovvero quel Trionfo del­la morte che, insieme all’Annunciata di Antonello da Messina, è uno dei motivi d’interesse della collezione. Dipinto da un anonimo del XV secolo che possedeva la maestria della pittura gotico-cortese, l’affre­sco pone, al centro, il cavaliere scheletrito che falcia senza pietà la vi­ta colorata, le gioie, le passioni e le aspirazioni degli uomini e delle donne di quel tempo.
Oggi il tema della morte è quasi un tabù, relegato com’è nell’ambito scientifico che lo stigmatizza come ‘shock primario’, ovvero come radice di tutte le paure possibili, secondo la definizione dello psico­logo e psicoterapeuta Luigi De Marchi. Quando venne realizzato l’af­fresco di Palazzo Abatellis, invece, la morte era la porta verso l’eter­nità, il pertugio doloroso attraverso il quale si poteva patire o gioire in eterno. Per questo, si studiava l’Ars moriendi che poi altro non era che un’ars vivendi la quale spiegava come ci si dovesse disporre ad una ‘buona morte’.
La mostra, curata dal critico internazionale Lóránd Hegyi, già cura­tore della Biennale di Venezia, ha il merito di richiamare l’attenzione verso un tema così alto e complesso, che ha occupato buona parte della Storia dell’uomo e che oggi gli artisti affrontano oscillando fra il minimalismo e una monumentalità reinventata. È il caso di un’o­pera come Kids on tomb (2008), scolpita nel candido marmo di Car­rara da Kevin Francis Gray, che lascia intravedere l’abbraccio fatale fra un ragazzo con le scarpe da ginnastica, una donna con i tacchi a spillo e lei, la ‘commare secca’, come direbbero Belli e Pasolini, che si stende di schiena sotto le pieghe tormentate di un lenzuolo stro­picciato che ha poco da invidiare al Cristo velato del Marchese di San­severo. Così, il Ghost boy (2008) dello stesso Gray, strappa il velo al Ri­tratto dell’arcivescovo Filippo Archinto, di­pinto da Tiziano nel 1559, e lo trasforma in una cascata di perline che pendono, a mo’ di tenda, davanti al volto inesistente del ra­gazzo, congelato nel candido marmo in un momento di riposo della partita di basket. È vita rappresa, quella di Gray, mentre l’oc­chio impietoso di Anselm Keifer guarda al­la decomposizione del corpo, come ad un naturale ritorno alla natura e al dissolvi­mento della nostra condizione animale in quella arborea che promette un’insoddisfacente resurrezione. Una resurrezione identitaria verso cui tende, forse, la Orlan, le cui foto dalla potente elaborazione digi­tale conferiscono nuova vita e nuova morte alla sacerdotessa della body art . Corredata da un elegante catalogo Electa, la mostra anno­vera vere e proprie star del panorama artistico internazionale, da Gil­bert e George a Rudolf Rainer, a Michelangelo Pistoletto, a Giuseppe Penone che cantano, ciascuno alla propria maniera, l’angoscia e la gloria del rapporto fra la vita e la morte.
Nel restaurato Palazzo Riso e a Palazzo Abatellis una mostra curata da Lóránd Hegyi: tra angoscia e gloria le opere di Francis Gray, Kiefer, Orlan.
Palermo Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea (Palazzo Belmonte Riso) e Galleria Regionale della Sicilia (Palazzo Abatellis) ESSENTIAL EXPERIENCES
Fino all’11 aprile

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