Alla ricerca della ricerca perduta


“I ricercatori non crescono sugli alberi”: un saggio di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sui mali dell’università. E sulle ricette per venirne fuori, collettivamente.

Nel palazzone del Cnr, in piazzale Aldo Moro a Roma, c’è una grande biblioteca nella quale sono consultabili le riviste scientifiche di tutto il mondo. Peccato che non ci siano i ricercatori, gradualmente decentrati per far posto al corpaccione amministrativo (oltre 2mila persone, due amministrativi o tecnici ogni 3 ricercatori). Poco male, si dirà, tanto c’è l’abbonamento internet. Peccato però che anche in rete le riviste siano accessibili solo dalla sede centrale, salvo pagarsele.
Il caso della biblioteca del Cnr è solo un piccolo esempio di vita vissuta all’interno di un quadro generale dei mali (e del bene) della ricerca e dell’università in Italia, fatto da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi in un libro appena uscito, “I ricercatori non crescono sugli alberi” (Laterza, 2009, 12 euro). Libro scritto dai due autori “per fatto personale”: sono entrambi ricercatori di fisica, entrambi rientrati in Italia dopo un periodo all’estero, scontenti, anzi indignati, del sistema italiano, ma determinati a scongiurare un rischio: diventare degli ex-giovani brontoloni, “continuare a lamentarci del sistema diventandone piano piano parte integrante, adeguandoci infine ai suoi meccanismi”. Qualche tempo fa hanno pubblicato un articolo sull’invecchiamento del corpo docente (“lo tsunami dell’università italiana”) che ha avuto molta risonanza e anche qualche effetto politico, adesso pubblicano questo libro e lo mettono in discussione aperta in un blog: http://ricercatorialberi.blogspot.com/.
Punto di partenza – e di arrivo – del saggio è il sistema pubblico dell’università e della ricerca. Il sistema dei baroni che si tengono stretti gli allievi, degli allievi che non devono superare il maestro, dei ricercatori che quando entrano in ruolo hanno già i capelli bianchi, degli ultrasettantenni che non vogliono lasciare la cattedra (il che sarebbe anche bello) e soprattutto non mollano il potere (il che è meno bello), dei tagli del governo che stanno portando gran parte degli atenei sull’orlo del fallimento. Al contrario di quanto succede nella gran parte della pamplhettistica sull’università italiana, qui l’elenco delle malefatte non è connesso a una ricetta privatizzatrice. Si contestano dunque alcuni luoghi comuni, con dati e analisi – spesso assai tecniche, ma il cui esito è comprensibile ai non addetti ai lavori. E si evita di alimentare ancora l’aneddotica sul malcostume accademico, concentrandosi su alcuni nodi che possono spiegare come un sistema così si sia potuto formare e abbia potuto crescere. E tra i tanti punti analizzati, quello cruciale, che a catena produce altri problemi, è l’assenza della valutazione indipendente, dei ricercatori e dei loro risultati.
Gli autori non si nascondono e non ci nascondono i problemi che ci sono nei meccanismi della valutazione “tra pari” (peer review), il gran dibattito che c’è sugli indici legati alle pubblicazioni e alle citazioni, la necessità di essere sempre vigili contro qualsiasi illusione di una valutazione “automatica”: pure, dicono, c’è la possibilità di valutare la qualità della ricerca che si fa, e distribuire poi i soldi in base a questa valutazione; e sarebbe bene stare ai fatti, a quel che esce dalle nostre università e dai nostri enti di ricerca, invece di impastoiarsi nelle regole sulla selezione all’ingresso, inventarsi improbabili sorteggi o affidarsi alle virtù salvifiche di un sistema privato che, in crisi adesso anche negli Usa, in Italia non ha mai scucito un euro per la ricerca.
La scelta di fare delle proposte, e dunque esporsi anche a un dibattito su queste, fa uscire il lavoro di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi dall’elenco dei libri-lamentela. Ciò non vuol dire che non ci sia da fare denunce, e tante. In particolare, l’analisi del ciclone Tremonti-Gelmini che con i tagli decisi nel decreto d’esordio del governo nel 2008 ha condannato a morte sicura parecchie università; e tale destino, nonostante tutto il gran parlare di merito e valutazione, è legato a dinamiche di spesa, come quella per le retribuzioni, su cui poco possono incidere. Il tutto in un contesto nel quale la spesa pubblica per l’istruzione terziaria è già a livelli minimi nei confronti internazionali – ove questi siano fatti con criteri omogenei (qui gli autori contestano l’operazione compiuta dall’economista Roberto Perotti che, volendo svelare i conti dell“università truccata”, ha corretto la spesa pubblica per studente escludendo dal computo i fuori-corso).
Ma non è solo questione di soldi, ripetono gli autori del libro. Un esempio: ci sono stati pochi soldi per assumere i nuovi ricercatori, è vero. Però è anche vero che i pochi soldi che c’erano sono stati in gran parte spesi per promuovere gli associati a ordinari e (di meno) i ricercatori ad associati. Scelte legittime, nell’autonomia delle singole università: ma anche sospette, dato che è evidente che i futuri ricercatori non votano per gli organi accademici, chi è dentro sì. E nell’insieme la scelta di promuovere gli interni invece di assumere gli esterni ha fatto diventare molto piccola la base dell’università (i ricercatori), più pesante il vertice (gli ordinari), e allargato moltissimo l’esercito degli esterni, i precari, che secondo il governo non sono più del 5% e che invece tutte le indagini qua e là fatte stimano tra il 30 e il 40% del corpo docente. Adesso gran parte del lavoro nelle università si basa su questa enorme massa che formalmente è ancora fuori dalle porte degli atenei, e che entra con il contagocce ove pensionamenti, alchimie concorsuali e tetti lo consentono. O va a cercare alberi stranieri a cui appendere il suo futuro – sperando magari di rientrare in quota “cervelli”, per i quali è stato approntato dal sistema pubblico dell’università un apposito sito, detto http://cervelli.cineca.it.

Tra la corrente di pensiero dominante e governante, che considera il sistema pubblico dell’università e della ricerca più o meno come i reaganiani consideravano lo Stato (una brutta bestia da affamare, per lasciare campo libero a meravigliose sorti mercantili), e una linea di difesa prevalente che si arrocca nella difesa dell’esistente, il libro di Sylos Labini e Zapperi fornisce una terza via realistica e radicale: la bestiaccia universitaria si può guarire senza ammazzarla. Troppo ottimisti? Il dibattito prosegue sul blog.

http://www.sbilanciamoci.info

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