“Uganda”: l’esempio di Frattini


di Raffaele Scirocco

Un villaggio ugandese

Il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, nell’ambito del suo tour diplomatico in Africa, ha visitato l’Uganda, dove ha avuto degli incontri ufficiali con il Presidente Yoweri Kaguta Museveni e il collega Sam Kutesa. Il tema centrale degli incontri è stato l’ingresso dell’ENI nel settore petrolifero e infrastrutturale, in considerazione del fatto che è previsto l’acquisto del 50% dei pozzi petroliferi ugandesi e la costruzione di una raffineria e di una centrale elettrica, oltre a vari accordi nel settore turistico, agroalimentare e militare.

                Il 15 gennaio scorso Frattini, per ingraziarsi il governo di Kampala, nel concludere il vantaggioso accordo, che prevede investimenti per circa 13 miliardi di dollari, ha affermato: “Ringrazio vivamente il Presidente Museveni di essere un partner cruciale nella risoluzione della crisi congolese e somala. Le sue truppe speciali godono di grande esperienza in tutto il mondo; l’Italia farà di tutto per sostenere l’addestramento e la preparazione delle forze ugandesi. L’Uganda è un esempio per tutto il continente africano, per il rispetto delle Istituzioni democratiche, il progredire della condizione della donna, nella lotta all’AIDS e all’infibulazione, nonché nella lotta contro la povertà”.

                Si spera che tali esternazioni siano dovute ad una forte insolazione, perché l’Uganda può essere d’esempio solo per quei Paesi che aspirano a cancellare lo Stato di diritto. L’Uganda ha avuto una guerra civile nel nord del Paese, combattendo con il Lord’s Resistance Army (LRA) del fondamentalista cristiano Joseph Koni, finanziato dal vicino Sudan, e cessata solo nel 2008 con un armistizio, dopo aver provocato molte vittime e sfollati e in cui vi è stato l’uso sistematico dello stupro e l’impiego dei bambini soldato, pratica in cui l’Ugandan People’s Defence Force (UPDF) si è distinta “egregiamente”.

                Il Presidente Musaveni, in politica dagli anni ’70, prima come ministro di Milton Obote e poi come oppositore di Idi Amini Dada, è salito alla Presidenza con un golpe di stato contro il generale Tito Okello nel 1986, e comanda in Uganda da ben ventiquattro anni, senza tener conto del futuro “re” Yoweri.

                Il principale leader dell’opposizione, Kizza Besigye, processato per tradimento e poi rilasciato su cauzione, è stato nuovamente arrestato dalla sicurezza nazionale, a causa di presunti maltrattamenti nei confronti di giornalisti, avvocati e testimoni.

                Questo episodio ha causato lo sciopero della Magistratura e le proteste da parte dell’ONU e di Amnesty International. Museveni si scusato solo formalmente, ma Besigye e i suoi collaboratori sono stati accusati di omicidio e stupro.

                Le ultime esecuzioni capitali risalgono al 1999, ma i tribunali di fatto continuano ad emettere condanne alla pena capitale. Nell’ottobre 2009 circa 675 persone risultavano in attesa dell’esecuzione nel braccio della morte e non è noto il numero di persone giustiziate nell’esercito secondo il codice militare.

                Le pressioni sulla stampa e sui media non hanno nulla da invidiare al regime fascista mussoliniano. Sono all’ordine del giorno le persecuzioni nei confronti di giornalisti e gli attacchi alla radio “Lite FM”, colpevole di criticare il Governo e l’Amministrazione della capitale.

                Il “The Monitor”, giornale d’opposizione, è stato accusato di sedizione per aver pubblicato inchieste sulla corruzione e le pericolose relazioni fra l’esercito e la polizia. Alcuni settori della polizia, le unità speciali RRU (Unità di Rapido Intervento), molto elogiate da Frattini, sono state accusate di lesione di diritti umani e di detenzione arbitraria dei sospettati.

                Per quanto concerne i diritti civili, l’Uganda è la “concorrente di Zapatero” e, anche se la lotta all’infibulazione e all’AIDS stanno dando ottimi risultati, la violenza sulle donne, inclusa la violenza domestica, è largamente diffusa nel Paese.

                Oltre alla violenza commessa durante il conflitto nei territori del nord, la polizia è accusata di stupri di massa sulle detenute e nel sistema giudiziario ugandese questi reati non sono perseguibili. L’omosessualità e la transessualità sono reato e i gay, le lesbiche e i trans gender sono discriminati e perseguitati in tutto il Paese.

                Il quotidiano governativo “The Red Pepper” ha messo all’indice una lista di omosessuali, pubblicandone i nomi e gli indirizzi. Le prostitute, che devono vivere nell’ombra, vengono ripetutamente perseguitate e accusate dal Governo di diffondere l’AIDS e di minare la famiglia tradizionale africana.

                La minoranza Twa, pgmei che vivono nella foresta cacciando, pescando e raccogliendo radici e piante e che considerano il loro habitat come un Dio gentile che provvede ai loro bisogni, sono decimati per la deforestazione, discriminati nelle scuole e nella pubblica amministrazione e sono costretti a vivere come dipendenti dei coloni o come mendicanti nelle città.

                L’Uganda, denunciata più volte dall’ONU per il rimpatrio dei rifugiati congolesi, ruandesi e burundesi, essendo “un cruciale partner nella risoluzione delle crisi”, destabilizza le regioni Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu e Oriental State, della vicina Repubblica Democratica del Congo, finanziando i ribelli e commerciando illegalmente armi, diamanti, minerali e legni pregiati. In Somalia da un lato sostiene l’AMISAN, la missione dell’Unione Africana che supporta il governo di transizione somalo, dall’altro non disdegna di avere rapporti con le forze ribelli islamiche.

                Musuveni nella lotta alla povertà è “completamente interessato” infatti, dato che il solo 55% della popolazione rurale ha accesso all’acqua, rendendo di fatto la popolazione ugandese fra le meno servite al mondo nel sistema idrico, con una legge del 2001 non solo ha privatizzato l’acqua, ma ha anche costretto tutte le ONG locali e internazionali che si occupavano di questo problema ad istituirsi come imprese private, perché il servizio pubblico ostacola il progresso economico del Paese.

                Alla luce di quanto esposto, può l’Uganda essere ritenuta quel modello di Stato che il nostro Governo ritiene che sia per poter far meglio progredire il nostro Paese? L’unico modello che Frattini poteva ammirare e prendere come esempio era il saggio re Mutesa I del Buganda (1856-1884), a capo del regno che fu poi inglobato dagli Inglesi nella futura Uganda, che istituì nel 1865 la prima Università dell’Africa nera, amministrò la giustizia tramite i tribunali indipendenti della corona, creò nel 1858 il primo Parlamento africano, aprì l’istruzione anche ai ceti meno agiati del Regno e fece diventare il suo Paese una società multietnica, istituendo il Namirembe, un luogo simbolo, in cui i vari esponenti religiosi e i diversi popoli del suo Regno, potevano liberamente esprimere le loro filosofie, arti, danze e credi religiosi e che oggi è diventato il Museo Nazionale.

                Un sovrano dal grande rispetto per lo Stato e il bene comune, tanto che scelse l’area della sua riserva di caccia, piena di colline e impala, Kasozi Ka Empala, come zona dove edificare la nuova capitale Kampala.

                Purtroppo, proprio quest’ultimo esempio, è troppo difficile da comprendere per uomini di Governo come Berlusconi e Frattini e che, comunque, potrebbe ulteriormente far irritare i loro “civilissimi” alleati della Lega Nord, che tanto disprezzano gli “incivili negri”.

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