I Giacobini neri


di Raffaele Scirocco

Un rifugio lager di Rosarno

In Italia, le ribellioni di immigrati si fanno sempre più frequenti: oggi Rosarno; ieri Castelvolturno, Milano, per l’uccisione di Abdul Guibre, e Parma, per il pestaggio di Emmanuel Bonsu; domani, forse, sarà la volta della Valle d’Aosta o di Lampedusa.                                                           

Queste frequenti ribellioni scoppiate giustamente a causa del costante sfruttamento lavorativo, delle misere condizioni di vita e delle continue discriminazioni e angherie subite ogni giorno da coloro che vengono chiamati “extracomunitari”, “clandestini”, “negri”o “bingo-bongo”, riportano il nostro Paese indietro nel tempo.                                                                                   

Non è mio intenzione in quest’analisi esaminare le molteplici negative conseguenze scaturite dalle leggi sull’immigrazione come la “Bossi-Fini” e la “Maroni –Berlusconi”, ma della prima rivolta del popolo nero avvenuta nella storia.                                                                      

Nell’anno 1789 nei Caraibi, precisamente nell’isola di Hispaniola, la colonia francese di Saint Domingue, l’attuale Haiti, forniva alla madrepatria i due terzi del commercio internazionale e rappresentava il massimo mercato della tratta europea degli schiavi. Era la colonia più ricca del mondo e con il PIL più alto di tutta l’America, l’orgoglio della Francia e l’invidia di ogni altra nazione imperialista.                                                                                                                          

A Saint Domingue vivevano 31.000 bianchi francesi che incentravano il loro potere sulle piantagioni di zucchero, caffè, tabacco, cotone e frutta e sul commercio di tali prodotti sfruttando 500.000 schiavi neri strappati dall’Africa e 28.000 mulatti, palesa conseguenza della violenza sessuale subita dalle schiave/i da parte dei loro padroni/e, che potevano avere ampio spazio  nel commercio ma non potevano accedere né all’amministrazione, né al possesso della terra né alla partecipazione politica.                                                                                     

Quando uno schiavo doveva essere comprato, i probabili compratori esaminavano eventuali difetti: scrutavano la dentatura, palpavano le carni, odoravano il sudore per accertare che la salute fosse buona, controllavano i loro organi riproduttivi; poi quando si comprava, veniva marchiato su entrambi i lati del petto con un ferro rovente, riceveva le spiegazioni concernenti i suoi doveri, veniva battezzato e poi il padrone per benedire tale nuovo acquisto gli sputava in faccia.

Gli schiavi vivevano in capanne attorno a un piccolo pezzo di terra, oberati di lavoro come bestie, erano malati e sottonutriti. Quando protestavano o tentavano di scappare venivano frustati, a volte fino alla morte, venivano messi ferri alle mani e ai piedi, museruole in lamiera di stagno o collari d’acciaio, si versava sulle loro ferite pepe, sale e limone, subivano mutilazioni su orecchie, dita, labbra e genitali, ma potevano anche essere bruciati o seppelliti vivi fino al collo, cospargendo il capo di zucchero o melassa vicino a formicai o alveari.                                                                                                                                                                    

La situazione era così drammatica che re Luigi XIV nel 1685 dovette intervenire sulle punizioni e trattamenti degli schiavi istituendo il Codice Nero; poi durante la Rivoluzione francese che aveva introdotto moltissime innovazioni civili con l’universalità dei Diritti dell’Uomo, dopo un lungo dibattito la Convenzione Nazionale promulgò il 3 febbraio 1794 la fine della schiavitù.

A Saint Domingue il più grande protagonista della Rivoluzione e degli ideali di “Libertè, Egalitè e Fraternitè”, fu lo schiavo Toussaint Dominique Louverture, uomo dalle qualità e virtù degne di un grande statista, attento governatore dell’isola, non solo proteso verso lo sviluppo e l’emancipazione dei neri, ma anche lungimirante nel creare una nuova pacifica società multietnica  senza ritorsioni verso i vecchi padroni bianchi.

Quando il 9 novembre 1799 giunse al potere Napoleone Bonaparte, legato agli interessi dei piantatori delle colonie e finanziato anche da questi nella sua ascesa politica, visto anche il suo matrimonio con Giuseppina Beauharnaius, creola martinicana, ristabilì la schiavitù nel 1802. Toussaint, dopo aver sperato nella diplomazia e nei vecchi ideali dell’Illuminismo, organizzò una nuova rivoluzione incentrata sulla fine della schiavitù e la dignità del popolo nero, non solo recando una sconfitta dolorosa a Napoleone, ma cacciando anche gli Spagnoli dalla vicina Santo Domingo, l’attuale Repubblica Dominicana, provocando il panico in tutti i territori francesi, olandesi, inglesi e spagnoli delle Americhe. Persino gli Stati Uniti e l’impero del Brasile per evitare conseguenze nel proprio assetto schiavistico-capitalistico non si intromisero nella questione. Gli intellettuali europei chiamarono Toussaint e i suoi ribelli, i “GIACOBINI NERI” dedicando loro poesie e dipinti. I popoli nero di Africa, Carabi, Nord e Sud America lo venerano ancora oggi definendolo il “Principe”, non solo per aver creato nel 1804 il primo stato nero al mondo, la Repubblica di Haiti, ma per aver dato dignità, speranza e riscatto al popolo nero e aver sconfitto per la prima volta i bianchi, facendo capire che la loro presunta superiorità era solo una squallida congettura.

Dopo aver raccontato la storia di Toussaint, è facile constatare come ad oggi l’Italia abbia ancora una struttura sociale, economica e culturale degna di un paese antiquato. A dimostrazione di ciò è sufficiente esaminare le varie similitudini con triste passato dei Paesi più razzisti: pessime condizioni di vita nelle piantagioni-miniere di ieri / e disumane situazioni nei campi agricoli, fabbriche, cantieri edili in pieno 2010; la tirannide esercitata dai negrieri – Napoleone ieri / le scellerate politiche razziste dei leghisti e dell’attuale Governo Berlusconi; alla rivoluzione haitiana di Toussaint fanno da contraltare le ribellioni di questi giorni a Castelvolturno e a Rosarno; alle frustate subite dagli schiavi di un tempo si sono sostituite le sprangate dei nostri giorni; alla schiavitù del passato si contrappongono il razzismo e le leggi xenofobe / ius sanguinis di oggi.

Per avere una società che si basi veramente sul rispetto della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza, basta che ci sia sempre il massimo onore ai Diritti Umani, perché quando manca non solo c’è la morte dello Stato ma ancora più drammaticamente c’è la morte della Nazione e della sua storia.

            Nelle scuole e nelle Università non bisognerebbe soffermarsi sulla nostra storia occidentale e italiana, ma sarebbe opportuno fare conoscere agli Italiani anche i grandi personaggi e le storie degli “altri”, in modo che non possano più dire “anche noi siamo stati emigranti, ma questi sono beduini”, “i bingo- bongo non sono come noi, perché vivono fra gli alberi e i leoni, mentre noi abbiamo una storia e delle città”.                                                                                                                                 

Spero sinceramente che anche fra i nostri immigrati africani ci sia un Toussaint, fra i nostri immigrati asiatici un Ho Chi Min, fra i nostri immigrati arabi un Saladino, fra gli immigrati dell’est Europa uno Skanderbeg, fra gli immigrati dell’America latina un Tupac Amaru, perché onestamente di tale razzismo sono stanco, disgustato e umiliato e mi auguro che anche fra noi Italiani di buona volontà ci sia un Federico II, per poterci finalmente unire e avere in un futuro non molto lontano un nostro Obama.          

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