“…Ma qualcosa ancora qui non va”


di Beniamino Ginatempo

Come tanti ho partecipato ad una campagna elettorale faticosa, dura e per molti versi esaltante. Ma schizofrenica da un preciso punto di vista. Tanti di noi, ne sono certo, illustrando la proposta politica di Sinistra e Libertà si sono trovati a dover rispondere ad una domanda ovvia ma impegnativa: io, elettrice/ore di sinistra, visto che non vedo differenze programmatiche (lavoro, pace, ambiente, laicità, migranti, sicurezza…), perché dovrei votare per voi e non per la lista comunista? Con un bel sorriso rispondevamo che le differenze politiche c’erano, che noi siamo unitari e aperti e loro no, che noi pensiamo ad una sinistra nuova e diversa (?!), un’altra idea di Europa, ed altri bla-bla, ma sapevamo di arrampicarci su specchi molto scivolosi. A comprovare questa schizofrenia un mio amico, convinto a votare per noi, mi ha detto qualche giorno dopo le elezioni,: “Vi ho votato perché erano le europee, ma è stata una follia per la sinistra andare divisa. Se dopo questa scoppola, non vi unirete non vi voterò più, perché vorrà dire che volete difendere solo i vostri giardinetti con tanti bei recinti, e che ai vostri dirigenti non interessa cambiare questo paese e la politica.”.
Non ci sarebbe molto altro da dire, salvo rimarcare che quel buon 3,1% (bicchiere mezzo pieno) sarà illusorio mantenerlo e consolidarlo in futuro, soprattutto in quegli appuntamenti elettorali in cui la mannaia del voto utile sarà ben più efficace. Inoltre il congresso del Pd potrebbe riconquistare e ricompattare quella fascia di elettorato che o non ha votato o a scelto provvisoriamente noi.
Non l’ho sentito dire al seminario del 3 Luglio, ma a me sembra che la principale evidenza delle elezioni europee sia stata che a sinistra del Pd, oggi e per un futuro abbastanza lungo, c’è spazio per una sola formazione politica in grado incidere nelle scelte politiche, economiche e sociali del futuro. Mi pare quindi che il futuro di S&L passi per una strada obbligata: il consolidamento di una piattaforma politico-programmatica in grado di continuare ad erodere consensi al Pd e ad attrarre tutti coloro che prima o poi abbandoneranno il cartello comunista, e comunque tutti coloro che riusciremo ad attrarre, anche in area Idv e autonomista. Al contrario, il consolidamento del cartello elettorale in vista del prossimo appuntamento delle regionali mi sembra una scelta troppo prudente se non addirittura debole e, francamente, verticistica.
Il cartello elettorale S&L e le necessarie alleanze politiche future con Pd e Idv, e magari localmente con Udc – sì Udc l’ho scritto, ma guardate che è drammatico per un siciliano che non può più mangiare cannoli! – serviranno a fare qualche consigliere regionale e, speriamo, a vincere in Puglia, ma c’è pure, anzi soprattutto, un paese da cambiare, c’è una battaglia culturale da vincere contro la destra, senza mezzi di comunicazione e senza soldi.
Lo sforzo unitario dovrebbe, pertanto, guardare anche alla nostra sinistra. Certo noi potremo confidare nella forza attrattiva della nostra proposta politica, ma ciò non basterà a prosciugare l’elettorato di rifondazione e pdci, né a convincere i loro quadri dirigenti – che anzi fondano nuovi partitini. Invece i nostri dirigenti dovrebbero mettere da parte le loro ritrosie – e forse le loro antipatie personali – e fare i passi opportuni per condividere il nostro progetto con questi soggetti. Ne riceveranno dei niet, certamente. La mia speranza – ed anche la condizione posta da tanti nostri elettori per rivotarci – è che il numero di questi niet possa diminuire nel tempo. E magari azzerarsi da qui alle prossime elezioni politiche. Certo dopo la scissione in PRC i rapporti personali fra tanti dell’area Vendola ed i loro ex-compagni di partito si sono inaspriti, ma non devono e non possono essere le questioni personali dei dirigenti ad influenzare i processi politici nazionali.
C’è ancora troppo verticismo nelle nostre azioni. Eppure i partiti di S&L, probabilmente compresa Sd, devono capire che non può più funzionare una struttura partito da ventesimo secolo. Per esempio, non lo sono il Pdl, l’IdV e la Lega, per i quali le scelte politiche sono largamente condivise dalla base, ancorché vengano prese da un leader o da pochi oligarchi. La Lega, ad esempio, riesce ad intercettare le istanze della sua base con grande efficacia, quale frutto di una capillare presenza nel territorio. A sinistra, anche il Pd cerca di darsi strutture organizzative e metodi nuovi, ma il Pd veltroniano ha commesso il grave errore di scimmiottare Forza Italia, puntare sul carisma del leader più che su un programma politico condiviso, condensare la partecipazione in primarie-plebiscito non sulla sintesi – peraltro ardua se non impossibile nel loro caso – fra diverse idee della società, dell’economia, in una parola, diverse concezioni della vita.
S&L ha dunque il problema di come raccogliere e valorizzare le istanze che provengono dal basso, non solo quello di decidere chi comanda, quali regole per formare i coordinamenti regionali e provinciali. Questo problema non si affronta con seminari ad inviti, e forse sarebbe meglio aprire una Assemblea Permanente su internet, dove tutti possano partecipare ai processi decisionali anche votando (una testa un voto). E comunque in maniera più moderna e matura che non con le primarie delle idee della scorsa primavera, e più costruttiva in vista dell’Assemblea del 12 Settembre. Come faremo il 12 Settembre ad ascoltare tutti?
Naturalmente i processi dal basso si scontrano nelle realtà locali con i contrasti fra i partiti, le liste ed i trucchetti di bassa lega per far eleggere “i propri candidati” alle amministrative. Se localmente un partito è più piccolo di altri, difficilmente il segretario provinciale rinuncerà al proprio diritto di veto o alla propria sovranità di un quinto (o un quarto) nel tavolo dei segretari provinciali, a favore di una assemblea dove conta solo come uno fra i tanti. In certe province questo addirittura porta alla paralisi politica, perché non si può fare neppure un comunicato stampa se non si consultano tutti i segretari.
Il punto politico vero è che l’unità presuppone una cultura politica diversa, la generosa rinuncia all’identità in favore della contaminazione e di un progetto più grande, la rinuncia a piccoli privilegi da casta politica. Da questo punto di vista trovo che sia un errore proporre la doppia tessera e, comunque, un tesseramento separato fra le differenti formazioni politiche, perché il tesseramento è il momento più identitario della azione politica. Inoltre, le tessere non devono più essere lo strumento per contarsi, organizzare correnti, lacerarsi in sanguinose faide per il controllo politico locale.
Questo processo unitario non è ancora maturo, ovviamente. Ma io penso che sia abbastanza maturo fra i nostri elettori, e forse fra i militanti di base ma sia troppo acerbo e poco condiviso al livello dei quadri provinciali e regionali. La speranza è che i vertici nazionali sappiano recepire il grido di dolore che proviene dall’elettorato, e sappiano creare le sinergie giuste per vincere la resistenze interne ai loro movimenti.
Dunque, il progetto politico di S&L continua, avanti piano. Bene, ma “qualcosa ancora qui non va”.

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