di Robert Darnton - il sole 24 ore
In questo contesto generale si inserisce l’arrivo di un fenomeno nuovo: la digitalizzazione dei testi che ha messo in pratica Google. Il servizio di Google Book Search potrebbe trasformarsi nella più grande biblioteca e operazione editoriale del mondo. Come tutte le imprese commerciali la prima responsabilità di Google è rendere ai suoi azionisti. La ragion d’essere delle biblioteche è fornire libri ai lettori; libri e altre forme di sapere e intrattenimento, a titolo gratuito. Questa sostanziale incompatibilità di scopi potrebbe essere mitigata se Google potesse offrire alle biblioteche l’accesso al suo database di libri digitalizzati a condizioni ragionevoli. Ma le condizioni sono contenute in un documento di 368 pagine noto come «the settlement», un accordo transattivo pensato per risolvere un altro conflitto: la causa intentata da scrittori ed editori a Google per presunta violazione del diritto d’autore. Nonostante la sua estrema complessità, «the settlement» alla fin fine non è altro che un accordo economico su come spartire la torta, ovvero i ricavi prodotti da Google Book Search: il 37 per cento andrà a Google, il 63 per cento ad autori ed editori. E le biblioteche? Non sono parte dell’accordo benché molte di loro abbiano fornito gratis et amore dei i libri che Google ha digitalizzato. L’accordo prevede che possano ricomprare l’accesso a quegli stessi libri in forma digitale, al costo di un «abbonamento istituzionale» che potrebbe poi salire vertiginosamente come il prezzo delle riviste.
Secondo alcuni non c’è ragione di preoccuparsi di un aumento di prezzo. Dopotutto, a loro dire, se i prezzi saliranno troppo, gli abbonati si rifiuteranno di pagare: comanderanno le leggi del mercato, l’offerta e la domanda.
Credo che questa argomentazione sia sbagliata per due ragioni. La prima ragione è che la domanda non è elastica. Noi bibliotecari abbiamo imparato a temere quelle che chiamiamo le «oscillazioni della cocaina»: Google potrebbe stabilire un prezzo di abbonamento basso, poi, una volta che i clienti sono stati presi all’amo, potrebbe aumentarlo rovinosamente; rovinosamente per le biblioteche, s’intende. I lettori non pagheranno, si aspetteranno che siano le biblioteche a saldare il conto.
Non fraintendetemi. Io ammiro Google, la sua prodezza tecnologica, la sua energia imprenditoriale, la sua estrema audacia. Digitalizzando le collezioni di decine di biblioteche di ricerca Google può creare una megabiblioteca digitale, più grande di qualunque altra biblioteca sia stata mai sognata dai tempi di quella di Alessandria. Il database di Google Book Search contiene già dodici milioni di volumi e sta crescendo a un ritmo di migliaia di libri al giorno. Pare che niente possa fermarlo.
Questo mi porta alla seconda ragione: Google è un monopolio, un monopolio di tipo nuovo, potenzialmente il più grande che sia mai esistito, un monopolio di accesso all’informazione.
Alla Google la parola monopolio non piace. Per non ferire la sensibilità aziendale si potrebbe parlare di un’impresa egemonica tecnologicamente intoccabile, finanziariamente imbattibile, legalmente inattaccabile che ha sbaragliato la concorrenza. Ma per dirla in poche parole, Google Book Search è un monopolio e i monopoli applicano prezzi da monopolio. (…)
Vi prego di non pensare ai miei timori come alle idiosincratiche vedute di un professore universitario appassionato di libri che di business plan o di affari non capisce un bel niente. Abbiamo fatto dei passi concreti e adesso stiamo prendendo velocità per spiccare il grande salto nel futuro digitale. La bocciatura dell’accordo di Google Book Search arriva in un momento straordinario dello sviluppo della società dell’informazione, un momento di fluidità, incertezza e opportunità. Le cose sono sfuggite di mano ma si possono rimettere insieme subordinando il profitto al bene pubblico e offrendo a tutti l’accesso a un patrimonio culturale comune. Il primo ottobre 2010 un gruppo formato da alti esponenti di fondazioni, biblioteche e altre istituzioni culturali si è riunito ad Harvard per discutere della possibile creazione di una biblioteca digitale non commerciale che garantirebbe l’accesso gratuito al patrimonio culturale degli Stati Uniti a tutti gli americani ma non solo, al mondo intero. Per quanto possa sembrare un’utopica chimera, noi crediamo sia possibile, tanto che intendiamo realizzarla. Nonostante la complessità del progetto, l’idea di base è molto semplice. Una cordata di fondazioni garantirà i finanziamenti e un consorzio di biblioteche fornirà i volumi; libri e molti altri materiali che verranno digitalizzati e riuniti su una scala grande come quella del database di Google, se non ancora più grande.
Ma questa «Digital Public Library» sarebbe in grado di risolvere tutti gli altri problemi? L’inflazione dei prezzi delle riviste, le dinamiche economiche dell’editoria universitaria, i conti in rosso delle biblioteche e gli ostacoli alle carriere dei giovani ricercatori? No, ma potrebbe aprire la strada a una trasformazione generale dello scenario di quella che oggi viene chiamata la società dell’informazione. Più che di business plan migliori (senza nulla togliere alla loro importanza), c’è bisogno di una nuova ecologia fondata sul bene pubblico anziché sul tornaconto personale. La mia potrebbe non essere una conclusione soddisfacente. Non è una risposta al problema della sostenibilità, è un appello a cambiare il sistema.












