Biblioteche, incognita Google


di Robert Darnton - il sole 24 ore

Sono stato invitato a talmente tan­te conferenze intitolate «La mor­te del libro» che ho il sospetto che il libro sia vivo e vegeto. No, il libro non è morto, al contrario. Ogni anno escono più libri dell’anno precedente. Nel 2011 usciranno un milione di titoli nuovi. Una biblioteca di ricer­ca non può ignorare questa produzione argo­mentando che oggi i nostri lettori parlano la lingua digitale di una nuova «età dell’informa­zione». Se c’è una cosa che la storia del libro insegna, è che un mezzo d’informazione non spodesta l’altro, perlomeno non a breve termi­ne. La radio non ha eliminato i giornali, la tele­visione non ha eliminato la radio e internet non ha ucciso la televisione. La pubblicazione dei manoscritti aumentò dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg e di fatto continuò a fiorire fino al Settecento perché, spesso, per realizzare una piccola edi­zione costava meno assoldare degli amanuen­si che stamparla. Il codice – ovvero il libro con le pagine da girare anziché sotto forma di ro­tolo – è una delle più grandi invenzioni di tut­ti i tempi, ha assolto benissimo la sua funzio­ne per duemila anni e non è affatto sul punto di estinguersi. Al contrario, potrebbe darsi che la nuova tecnologia usata nella stampa su richiesta porti nuova vita al codice. Le vendite degli e-book – il 10 per cento del mercato commerciale americano lo scorso anno – dovreb­bero raddoppiare il prossimo anno, eppure sembra che anziché far diminuire il numero di copie vendute l’abbia fatto aumentare. La gente usa i Kindle e gli iPad per leggere in viag­gio o in vacanza, ma quando vuole godersi al­ta letteratura o studiarsi un libro impegnati­vo si compra la versione cartacea. Fare l’edito­re può essere un mestiere difficile e competiti­vo ma non è un gioco a somma zero, e i miglio­ri editori hanno successo se espandono il mer­cato invece di monopolizzarlo. (…)

In questo contesto generale si inserisce l’ar­rivo di un fenomeno nuovo: la digitalizzazio­ne dei testi che ha messo in pratica Google. Il servizio di Google Book Search potrebbe tra­sformarsi nella più grande biblioteca e opera­zione editoriale del mondo. Come tutte le im­prese commerciali la prima responsabilità di Google è rendere ai suoi azionisti. La ragion d’essere delle biblioteche è fornire libri ai letto­ri; libri e altre forme di sapere e intrattenimen­to, a titolo gratuito. Questa sostanziale incompatibilità di scopi potrebbe essere mitigata se Google potesse offrire alle biblioteche l’acces­so al suo database di libri digitalizzati a condi­zioni ragionevoli. Ma le condizioni sono conte­nute in un documento di 368 pagine noto co­me «the settlement», un accordo transattivo pensato per risolvere un altro conflitto: la cau­sa intentata da scrittori ed editori a Google per presunta violazione del diritto d’autore. Nono­stante la sua estrema complessità, «the settlement» alla fin fine non è altro che un accordo economico su come spartire la torta, ovvero i ricavi prodotti da Google Book Search: il 37 per cento andrà a Google, il 63 per cento ad autori ed editori. E le biblioteche? Non sono parte dell’accordo benché molte di loro abbia­no fornito gratis et amore dei i libri che Google ha digitalizzato. L’accordo prevede che possano ricomprare l’accesso a quegli stessi libri in for­ma digitale, al costo di un «abbonamento istituzionale» che potrebbe poi salire vertiginosa­mente come il prezzo delle riviste.

Secondo alcuni non c’è ragione di preoccu­parsi di un aumento di prezzo. Dopotutto, a loro dire, se i prezzi saliranno troppo, gli abbo­nati si rifiuteranno di pagare: comanderanno le leggi del mercato, l’offerta e la domanda.

Credo che questa argomentazione sia sba­gliata per due ragioni. La prima ragione è che la domanda non è elastica. Noi bibliote­cari abbiamo imparato a temere quelle che chiamiamo le «oscil­lazioni della cocaina»: Google potrebbe stabilire un prezzo di abbonamento basso, poi, una volta che i clienti sono stati presi all’amo, potrebbe aumentarlo rovinosamente; rovinosamente per le bi­blioteche, s’intende. I lettori non pagheranno, si aspetteranno che siano le biblioteche a saldare il conto.

Non fraintendetemi. Io ammiro Google, la sua prodezza tecnologica, la sua energia im­prenditoriale, la sua estrema audacia. Digita­lizzando le collezioni di decine di biblioteche di ricerca Google può creare una megabiblio­teca digitale, più grande di qualunque altra bi­blioteca sia stata mai sognata dai tempi di quella di Alessandria. Il database di Google Book Search contiene già dodici milioni di vo­lumi e sta crescendo a un ritmo di migliaia di libri al giorno. Pare che niente possa fermarlo.

Questo mi porta alla seconda ragione: Go­ogle è un monopolio, un monopolio di tipo nuovo, potenzialmente il più grande che sia mai esistito, un monopolio di accesso all’informazione.

Alla Google la parola monopolio non piace. Per non ferire la sensibilità aziendale si potreb­be parlare di un’impresa egemonica tecnologi­camente intoccabile, finanziariamente imbat­tibile, legalmente inattaccabile che ha sbara­gliato la concorrenza. Ma per dirla in poche pa­role, Google Book Search è un monopolio e i monopoli applicano prezzi da monopolio. (…)

Vi prego di non pensare ai miei timori come alle idiosincratiche vedute di un professore universitario appassionato di libri che di busi­ness plan o di affari non capisce un bel niente. Abbiamo fatto dei passi concreti e adesso stia­mo prendendo velocità per spiccare il grande salto nel futuro digitale. La bocciatura dell’ac­cordo di Google Book Search arriva in un mo­mento straordinario dello sviluppo della socie­tà dell’informazione, un momento di fluidità, incertezza e opportunità. Le cose sono sfuggi­te di mano ma si possono rimettere insieme subordinando il profitto al bene pubblico e of­frendo a tutti l’accesso a un patrimonio cultu­rale comune. Il primo ottobre 2010 un gruppo for­mato da alti esponenti di fondazioni, bibliote­che e altre istituzioni culturali si è riunito ad Harvard per discutere della possibile creazio­ne di una biblioteca digitale non commerciale che garantirebbe l’accesso gratuito al patrimo­nio culturale degli Stati Uniti a tutti gli ameri­cani ma non solo, al mondo intero. Per quanto possa sembrare un’utopica chimera, noi cre­diamo sia possibile, tanto che intendiamo rea­lizzarla. Nonostante la complessità del proget­to, l’idea di base è molto semplice. Una corda­ta di fondazioni garantirà i finanziamenti e un consorzio di biblioteche fornirà i volumi; libri e molti altri materiali che verranno digitalizza­ti e riuniti su una scala grande come quella del database di Google, se non ancora più grande.

Ma questa «Digital Public Library» sarebbe in grado di risolvere tutti gli altri problemi? L’inflazione dei prezzi delle riviste, le dinami­che economiche dell’editoria universitaria, i conti in rosso delle biblioteche e gli ostacoli al­le carriere dei giovani ricercatori? No, ma po­trebbe aprire la strada a una trasformazione generale dello scenario di quella che oggi vie­ne chiamata la società dell’informazione. Più che di business plan migliori (senza nulla to­gliere alla loro importanza), c’è bisogno di una nuova ecologia fondata sul bene pubblico an­ziché sul tornaconto personale. La mia potreb­be non essere una conclusione soddisfacente. Non è una risposta al problema della sostenibi­lità, è un appello a cambiare il sistema.

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