Ieri mattina alle ore 12.00 presso il Bastione Santo Stefano con la scopertura di una lapide in onore del Generale Gennaro Fergola e dei Combattenti della Real Cittadella si sono concluse le manifestazioni per il 150° Anniversario dell’Eroica Difesa della Real Cittadella di Messina. La lastra marmorea, che riporta la seguente dicitura A GENNARO FERGOLA / AI FEDELI COMBATTENTI / CHE PER NOVE MESI / DIFESERO CON ONORE / QUESTA REAL CITTADELLA / 1861 – 2011, è stata scoperta dal Prof. Nino Aquila Direttore del Museo del Risorgimento di Palermo.
Prima della cerimonia presso i monumentali resti della grande fortezza messinese in una gremita Chiesa della SS. Annunziata dei Catalani il Cappellano Militare Padre Vincenzo Castiglione, Cappellano del Sacro Militare Ordine Costantiano di San Giorgio della Real Casa Borbone delle Due Sicilie, ha celebrato una Santa Messa in suffragio dei Caduti. Le iniziative di questa mattina hanno avuto l’apice con l’ascesa, nonostante il forte vento, al vetusto Bastione Santo Stefano dove a distanza di 150 anni sono tornate a sventolare i candidi vessilli del millenario Regno delle Due Sicilie sopraffatto dalle Truppe Garibaldino-Piemontesi con la scusa dell’imposta Unità d’Italia. Le manifestazioni per questo importante anniversario, che non poteva passare inosservato, hanno visto a Palazzo Zanca una mostra documentaria sulla Real Cittadella con alcuni cimeli degli eserciti del Regno delle Due Sicilie e del Regno di Sardegna e la realizzazione di una medaglia commemorativa d’argento coniata dal Maestro Orafo Alfredo Correnti. Un’esemplare di questa medaglia è stata anche consegnata questa mattina al Presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo in visita alla Zona Falcata.
Invece sabato 12 Marzo, il Salone delle Bandiere del Palazzo Comunale, con una grandissima partecipazione di cittadini messinesi ma anche di numerose persone provenienti da tutta la Sicilia, la Calabria e da Napoli, ha visto svolgersi un interessantissimo convegno avente come tema dominante i fatti svoltosi a Messina proprio 150 anni orsono che videro alla fine capitolare la fortezza di Messina ultimo avamposto duosiciliano che resistette per nove mesi fino a quattro giorni prima della proclamazione dell’Unità Italiana. In questa occasione è stato anche presentato il volume: “La Real Cittadella di Messina – L’ultima bandiera borbonica in Sicilia” di Nino Aquila e Tommaso Romano. Tra i relatori hanno figurato: il Prof. Dario Caroniti Assessore Comunale alla Famiglia e Docente di Storia delle Dottrine Politiche dell’Università di Messina, il Dott. Antonio Di Janni Delegato della Real Casa Borbone – Due Sicilie, ma anche il Prof. Giovanni Bonanno, il Prof. Vincenzo Gulì, il Dott. Franz Riccobono. Queste celebrazioni sono state organizzate in sinergia dall’Associazione Amici del Museo, dall’Associazione “Generale Fergola”, dalla Delegazione di Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, dalle Delegazioni di Messina del Movimento Neoborbonico e dei Comitati delle Due Sicilie, da Alleanza Cattolica, dalla Fondazione Thule Cultura di Palermo, dal Network ZDA – Zona d’Arte ad alto rischio di contaminazione – Messina e dall’Associazione Due Sicilie “Nicola Zitara” di Gioiosa Jonica.
Era il 13 Marzo del 1861, a quattro giorni dalla proclamazione a Torino del Regno d’Italia, quando dalla Cittadella veniva ammainata la candida bandiera duosiciliana. La fortezza messinese rappresentò, insieme con quelle di Gaeta e di Civitella del Tronto, l’estrema resistenza del millenario Regno delle Due Sicilie, dove i nostri soldati pur sapendo della inutilità di ogni sforzo cercarono di difendere la Patria esprimendo la propria fedeltà al Re Francesco II di Borbone. Una gloriosa pagina del nostro passato volutamente cancellata dalla storiografia ufficiale come la stessa Real Cittadella, testimone inesorabile dei fatti, che ancora oggi versa nel totale abbandono. Per oltre un secolo è stato ripetuto lo stesso banalissimo ritornello infarcito di vane e vaghe parole quali “libertà” e “tirannide straniera”, “eroismo” e “capacità militari” contro inadeguatezza e fellonia, in un clichè traboccante di retorica risorgimentale secondo i cui schemi fissi i buoni e i bravi erano tutti da una parte ed i brutti e i cattivi dall’altra. Le cose andarono diversamente, facili vittorie da una parte, vero e consapevole eroismo dall’altra. Ruoli ribaltati, chi avrebbe ragionevolmente dovuto vincere la battaglia ha ufficialmente e sostanzialmente perso, chi non avrebbe potuto neanche sperare nella vittoria in pratica vinse. Le fantomatiche qualità di stratega riferita a Garibaldi avevano fondamento solo ed esclusivamente nella concussione e nel tradimento di buona parte di quanti comandavano le agguerrite truppe borboniche. Non un solo scontro, da Calatafimi a Milazzo vide prevalere, se non nel numero sproporzionato di vittime, i garibaldini. Se i generali tradirono altrettanto non avvenne tra le truppe fedeli al Re Francesco II come dimostrano i numerosi casi di insubordinazione dei reparti ai loro comandanti felloni e venduti al nemico. Ben vengano le celebrazioni del 150° dell’Unità nazionale ma a ciascuno sia riconosciuta pari dignità e non si perduri con la sopraffazione, con la distorsione di una realtà storica troppo a lungo praticata. Il tempo scopre la verità, ed anche la verità negata al popolo meridionale e siciliano nella fattispecie ha diritto di cittadinanza in una nuova Italia colta e consapevole delle proprie origini e della comune millenaria cultura. Da sempre è stato facile e preferibile schierarsi dalla parte dei vincitori, da sempre più difficile e pericoloso continuare a difendere le ragioni dei vinti.












