di Gianni Mattioli e Massimo Scalia
La definizione di incidente catastrofico fu rivista dopo Three Mile Island (1979, a Harrisburg negli Usa). Allora l’esplosione della bolla di idrogeno portò, nella serie dell’albero di incidenti, alla fusione di venti tonnellate d’uranio del «nocciolo» del reattore nucleare, un danno irreparabile. Ma la definizione non riguardava tanto questo aspetto quanto la fuoriuscita delle radiazioni all’esterno dello schermo biologico (il blocco con la cupola di cemento, emblema delle centrali nucleari). E la
commissione Kemeny, istituita allora per la valutazione dell’incidente, stimò in 130 milioni di Curie la fuoriuscita di gas nobili e quella degli altri radionuclidi,
decisamente più aggressivi della salute, in 13-17 Curie (ricordate, ai tempi di Cernobyl per le misure di radioattività sui beni alimentari si usava un sottomultiplo «infinitesimo»: il nanocurie, cioè un miliardesimo
di Curie). Nonostante la tenuta
dello schermo biologico era accaduto
quello che non si sarebbe mai dovuto
verificare: la contaminazione radioattiva
all’esterno del reattore. Da qui la
riclassificazione di «catastrofico», per
spostare più in basso nella scala del rischio
il più grave incidente mai avvenuto
a un reattore di tecnologia occidentale.
Questa premessa ci sembrava d’obbligo per far capire l’enorme gravità delle possibili conseguenze di ciò che è accaduto nella centrale di Fukushima Daiichi,
dove, proprio come a Cernobyl,
è saltato per aria il contenimento
esterno della centrale. Il governo
giapponese sta organizzando l’evacuazione
di decine di migliaia di persone
sotto la minaccia radioattiva,
una catastrofe che si va ad aggiungere
a quella scatenata da un terremoto di
magnitudo 8,9. E spera che, magari
con l’aiuto degli Stati uniti, si riesca a
mettere sotto controllo la centrale di
Fukushima Daini. Nel frattempo avanza già le prime giustificazioni: «Quella di Fukushima era una centrale vecchia». A dir la verità
viene subito da dire: «Ma siete stati
proprio dei pazzi». Le scelte di governo
hanno infatti costantemente privilegiato
la diffusione del nucleare in
un paese caratterizzato da una situazione
geologica unica: l’incrocio di
ben quattro placche tettoniche, con
conseguenze sismiche notorie e devastanti
che hanno costretto, se non altro,
a edificare con un rigore antisismico da noi sconosciuto. Nel merito, la giustificazione richiama immediatamente
la domanda: «E perché mai
una centrale con più di 40 anni era ancora
in servizio?», alla quale se ne potranno
aggiungere molte altre non appena
sarà disponibile un rapporto tecnico
sull’incidente, a partire dal perché
non è entrato in funzione il servizio
ausiliario d’emergenza per raffreddare
il reattore.Ma è l’idea di far funzionare
i reattori oltre i 40 anni, spinta
in generale dal nobile proposito di
fare più soldi possibile, che massimizza
i rischi. Non a caso la legislazione
tedesca prevedeva un limite di 32 anni,
con un proroga caso per caso di altri
8. Se la Merkel ha chiesto di far funzionare le centrali fino ai 60 anni è perché la Germania ha deciso di non fare più nucleare e di tirare il collo a quello che c’è, puntando a risolvere i
problemi energetici con l’impegno
massimo che sta profondendo nel risparmio
energetico e nelle fonti rinnovabili.
Sarebbe in ogni caso una decisione che espone a molti rischi, in un paese che pure non conosce rischi sismici del tipo del Giappone, o dell’Italia.
E infatti non è detto che quella richiesta passi. Contro disastri come terremoti e tsunami la natura mostra tutta la sua potenzialità distruttrice e le società umane, anche le più organizzate, la loro
fragilità. Osservazione banale che
dovrebbe però far riflettere chi vuole
far fare il nucleare in Italia, dove, en
passant, terremoti come quelli dell’Aquila,
Avezzano e Messina hanno avuto magnitudo tra 6, 8 e 7,2. E non è solo la questione della catastrofe immediata,
come per la centrale di Fukushima.
Le vibrazioni di un sisma inducono in ogni caso delle sollecitazioni che possono entrare in risonanza con strutture e materiali, produrre lesioni
nascoste nel reattore, che rappresentano
un’incalcolabile, e inaccettabile,
rischio. E la nostra sicurezza sta nelle
mani di Veronesi, che continua a sostenere
pubblicamente che le «minime
quantità di radiazioni» emesse nel
normale funzionamento della centrale
non recano danni alla salute. Quanto
alle strategie energetiche del governo,
stiamo a posto: bastonate alle fonti
rinnovabili, come con l’ultimo decreto
di pochi giorni fa, per fare posto
al nucleare e fare affari al servizio dei
francesi. Fulvio Conti, ad dell’Enel, e
il ministro Romani sono delle vere garanzie.












