di Roberto Ciccarelli – il manifesto
Pochi laureati, immatricolazioni in calo, mentre cresce la disoccupazione e il lavoro nero tra gli studenti e tra chi ha un diploma in tasca da almeno un anno. La sintesi del tredicesimo rapporto Almalaurea sullo stato comatoso del sistema universitario italiano potrebbe sembrare
sin troppo sincera e brutale, ma conferma la tendenza inarrestabile denunciata poco meno di un
mese fa da un’altra importante istituzione, il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario (Cnvsu): da un decennio abbondante le «classi dirigenti» del Belpaese hanno deciso la liquidazione dell’università e della scuola pubblica e di massa.
Nel rapporto che il presidente del consorzio Andrea Cammelli ha presentato ieri a Roma nella sede della Crui, insieme ad un altro
del Consiglio Universitario Nazionale,
emergono tutti i dati dello
scandalo. Innanzitutto il sottofinanziamento:
l’Italia è al penultimo
posto tra i 28 paesi dell’Ocse.
Precede di una briciola solo la Repubblica Slovacca con un miserabile 0,88 per cento del Pil, contro
l’1,07 della Germania, l’1,39 della
Francia e il 3,11 degli Stati Uniti. Dal 2008, l’anno in cui è iniziato il saccheggio delle risorse destinate alla scuola (meno 8 miliardi)
e all’università (1,3 miliardi), l’investimento
è crollato di alcuni, significativi
punti percentuali. A inizio
legislatura eravamo infatti all’1,2 per cento. Questo deliberato
progetto di dismissione dell’istruzione
e della ricerca è stato deciso
alla luce dell’incapacità del mercato
del lavoro di assorbire l’esiguo
numero dei laureati prodotti e dell’ormai
nota tendenza dei diplomati
a non immatricolarsi, cercando
un lavoro subito dopo la scuola.
Gli iscritti al primo anno sono diminuiti nel solo 2009 del 5 per cento, 3.986 iscritti, per un totale di 26 mila studenti in meno dal 2004. Il calo è drammatico negli
atenei meridionali: mancano all’appello
4800 studenti, il 19,6 per cento in meno rispetto a cinque anni fa. In un momento in cui tutte le facoltà perdono iscritti, tranne
quelle scientifiche, aumentano invece i diplomati (più 0,9 per cento).
Di questi 450 mila ragazzi solo il 62 per cento si è iscritto all’università nel 2009. In quattro
anni il calo è stato del 6 per cento.
Questo è il risultato della perdita del valore della laurea, triennale e magistrale, su un mercato del lavoro dove la domanda di competenza e professionalità è crollato ancora prima dell’esplosione della crisi. In un quadro che lascia
poco spazio alla speranza emerge
però una realtà da troppo tempo
nascosta: il lavoro nero dilaga tra
gli studenti, mentre cresce il tasso
di disoccupazione tra i giovani
laureati giunto al 18 per cento.
I laureati che invece lavorano senza contratto, a un anno dal conseguimento del titolo di studio,
raddoppiano tra gli specialistici
biennali raggiungendo il 7 per
cento. Per i laureati di primo livello
gli atipici passano dal 3,8 al 6
per cento, mentre chi è laureato
in medicina, architettura, veterinaria,
giurisprudenza è in condizione
peggiore: tra di loro i disoccupati
passano in un anno dall’8
all’11 per cento. Tra gli studenti
aumentano a dismisura tirocini e
praticantati, stage non retribuiti e
specializzazioni.
Le donne sono le più penalizzate. A cinque anni dalla laurea, la distanza nella retribuzione tra uomo e donna supera i 9 punti percentuali.
Il differenziale, pari al 30 per cento, è dato da 1.519 euro per gli uomini e 1.167 euro per le
donne. Per chi, invece, ha avuto
la fortuna di avere una famiglia benestante
che ha pagato il costo
della formazione all’estero, la situazione
è sicuramente migliore.
Dopo avere fatto le valigie e avere trovato un lavoro stabile, la loro retribuzione media è superiore di 500 euro rispetto a quella ricevuta dai coetanei in Italia.
Davanti allo scempio che investe le generazioni nate dopo il 1970, negli ultimi 10 anni si è preferito continuare con le ricette fallimentari approntate dalla riforma Berlinguer-Zecchino e ribadite dalla Gelmini. Pochi laureati
(anche se sono aumentati di una
spanna in 5 anni), bassa qualificazione,
scarso impatto su un mercato
che le riforme avrebbero voluto
avvicinare ma che hanno perso
di vista per sempre.












