di Roberto Ciccarelli – il Manifesto
Le Fondazioni Gramsci, Basso, Sturzo e Feltrinelli, il nucleo più attivo dell’Associazione delle istituzioni di cultura italiane (Aici), stanno preparando un documento da rendere
pubblico entro poche ore che lanci un appello al mondo della cultura mondiale contro la decisione del governo di azzerare i fondi statali per le attività degli istituti e gli enti culturali italiani.
Flavia Nardelli, segretario generale dell’Istituto Sturzo, giudica «insensato» il taglio ai 232 istituti culturali che «decapita la cultura e la memoria italiana». Ma la cosa più grave, aggiunge, «è che mette un marchio d’infamia sul modello virtuoso più interessante di collaborazione tra pubblico e privato». L’articolo 7, comma 22 della manovra finanziaria stabilisce che lo Stato cesserà da subito «di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi».
Il 30 per cento della cifra risparmiata andrà inoltre a costituire un fondo destinato a finanziare attività di enti che ne facciano «documentata e motivata richiesta». Diversamente dalla cifra diffusa ieri, il fondo messo a disposizione nell’ultimo triennio per questi enti non sarebbe di venti, ma di circa sei milioni di euro.
A preoccupare sono le modalità improvvisate, come spesso accade nelle politiche governative che si occupano di formazione e conoscenza, con le quali negli ultimi tre giorni il provvedimento è stato definito. La diffusa impressione è che al ministero dell’Economia abbiano messo nel calderone misure molto diverse e non si siano resi conto che su provvedimenti di questo genere, di bassa rilevanza economica ma di alto impatto simbolico, possa esistere un consenso trasversale.
Nella tabella ministeriale stabilita per il prossimo triennio 2008-2011, i contributi statali sono un decimo rispetto al bilancio dello Sturzo, per altri il 20 per cento e per altri ancora è più rilevante. Nella maggioranza dei casi permette di avviare processi virtuosi attraverso i quali catalizzare nuovi fondi, mettendo a disposizione del pubblico servizi e archivi di cui lo Stato non si occupa più. «Si colpisce una realtà virtuosa – aggiunge Flavia Nardelli – facendola sembrare un mondo di mangiatori ad ufo. Questa immagine la rifiutiamo. Noi anzi dovremmo essere ringraziati per il lavoro che facciamo».
Non è solo la cifra complessiva a contare, ma il peso simbolico di una decisione presa con il piglio del contabile. Si tratta di un costo molto contenuto che però è altamente produttivo. Il provvedimento colpisce innanzitutto gli enti che si occupano della storia e delle culture politiche «forti» nel nostro paese, quelle del movimento operaio come la Fondazione Basso, la Fondazione Gramsci o Feltrinelli e quelle cattoliche dello Sturzo. Ancora più grave è l’indifferenza e la distrazione con le quali, per risparmiare una manciata di euro, si sacrifica un patrimonio culturale che fino ad oggi, a dispetto dei tagli che procedono ormai da un ventennio, ha trovato un modo per essere valorizzato.
Giuseppe Vacca, direttore del Gramsci, pensa che questo sia un attacco al modello no-profit adottato dalle fondazioni e dagli istituti di ricerca per finanziare la ricerca. «Non è una novità per le politiche della destra – afferma – questa è la sua idea del rapporto tra stato e società tra pubblico e privato, tra governare e appropriarsi di risorse pubbliche. Lo si è visto in Grecia, negli Stati Uniti con Bush. Oggi lo vediamo in Italia». «Siamo un pezzo indispensabile della ricerca, in parte della formazione altamente specializzata non sostituibile da altre istituzioni – aggiunge – Noi siamo un pezzo della internazionalizzazione della ricerca italiana largamente interconnessa con le ricerche internazionali».
Giacomo Marramao, direttore della Fondazione Basso, ha contattato personalmente 150 studiosi in tutto il mondo, liberali e conservatori, di destra e di sinistra, per sollevare lo scandalo.
Annuncia anche che scriverà una lettera a Tremonti denunciando la «miopia» dei tagli all’università e alla ricerca, come quelli alle fondazioni culturali. A suo avviso il governo è del tutto incapace di colpire le sacche di speculazione e di evasione fiscale, né di ricavare le cifre per rimettere in moto politiche sociali e di sostegno alla produzione.
«Scienza e sapere sono diventati da tempo la maggiore forza produttiva – afferma – dovrebbe saperlo Tremonti che conosce Marx. Questo è un governo che ha come imperativo categorico gli interessi di un uomo e della sua azienda che si sono impadroniti di un paese. Ma non hanno fatto i conti che siamo in una sfera pubblica europea e globale. Coinvolgeremo studiosi di tutto il mondo per difendere questo patrimonio».
pubblico entro poche ore che lanci un appello al mondo della cultura mondiale contro la decisione del governo di azzerare i fondi statali per le attività degli istituti e gli enti culturali italiani.Flavia Nardelli, segretario generale dell’Istituto Sturzo, giudica «insensato» il taglio ai 232 istituti culturali che «decapita la cultura e la memoria italiana». Ma la cosa più grave, aggiunge, «è che mette un marchio d’infamia sul modello virtuoso più interessante di collaborazione tra pubblico e privato». L’articolo 7, comma 22 della manovra finanziaria stabilisce che lo Stato cesserà da subito «di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi».
Il 30 per cento della cifra risparmiata andrà inoltre a costituire un fondo destinato a finanziare attività di enti che ne facciano «documentata e motivata richiesta». Diversamente dalla cifra diffusa ieri, il fondo messo a disposizione nell’ultimo triennio per questi enti non sarebbe di venti, ma di circa sei milioni di euro.
A preoccupare sono le modalità improvvisate, come spesso accade nelle politiche governative che si occupano di formazione e conoscenza, con le quali negli ultimi tre giorni il provvedimento è stato definito. La diffusa impressione è che al ministero dell’Economia abbiano messo nel calderone misure molto diverse e non si siano resi conto che su provvedimenti di questo genere, di bassa rilevanza economica ma di alto impatto simbolico, possa esistere un consenso trasversale.
Nella tabella ministeriale stabilita per il prossimo triennio 2008-2011, i contributi statali sono un decimo rispetto al bilancio dello Sturzo, per altri il 20 per cento e per altri ancora è più rilevante. Nella maggioranza dei casi permette di avviare processi virtuosi attraverso i quali catalizzare nuovi fondi, mettendo a disposizione del pubblico servizi e archivi di cui lo Stato non si occupa più. «Si colpisce una realtà virtuosa – aggiunge Flavia Nardelli – facendola sembrare un mondo di mangiatori ad ufo. Questa immagine la rifiutiamo. Noi anzi dovremmo essere ringraziati per il lavoro che facciamo».
Non è solo la cifra complessiva a contare, ma il peso simbolico di una decisione presa con il piglio del contabile. Si tratta di un costo molto contenuto che però è altamente produttivo. Il provvedimento colpisce innanzitutto gli enti che si occupano della storia e delle culture politiche «forti» nel nostro paese, quelle del movimento operaio come la Fondazione Basso, la Fondazione Gramsci o Feltrinelli e quelle cattoliche dello Sturzo. Ancora più grave è l’indifferenza e la distrazione con le quali, per risparmiare una manciata di euro, si sacrifica un patrimonio culturale che fino ad oggi, a dispetto dei tagli che procedono ormai da un ventennio, ha trovato un modo per essere valorizzato.
Giuseppe Vacca, direttore del Gramsci, pensa che questo sia un attacco al modello no-profit adottato dalle fondazioni e dagli istituti di ricerca per finanziare la ricerca. «Non è una novità per le politiche della destra – afferma – questa è la sua idea del rapporto tra stato e società tra pubblico e privato, tra governare e appropriarsi di risorse pubbliche. Lo si è visto in Grecia, negli Stati Uniti con Bush. Oggi lo vediamo in Italia». «Siamo un pezzo indispensabile della ricerca, in parte della formazione altamente specializzata non sostituibile da altre istituzioni – aggiunge – Noi siamo un pezzo della internazionalizzazione della ricerca italiana largamente interconnessa con le ricerche internazionali».
Giacomo Marramao, direttore della Fondazione Basso, ha contattato personalmente 150 studiosi in tutto il mondo, liberali e conservatori, di destra e di sinistra, per sollevare lo scandalo.
Annuncia anche che scriverà una lettera a Tremonti denunciando la «miopia» dei tagli all’università e alla ricerca, come quelli alle fondazioni culturali. A suo avviso il governo è del tutto incapace di colpire le sacche di speculazione e di evasione fiscale, né di ricavare le cifre per rimettere in moto politiche sociali e di sostegno alla produzione.
«Scienza e sapere sono diventati da tempo la maggiore forza produttiva – afferma – dovrebbe saperlo Tremonti che conosce Marx. Questo è un governo che ha come imperativo categorico gli interessi di un uomo e della sua azienda che si sono impadroniti di un paese. Ma non hanno fatto i conti che siamo in una sfera pubblica europea e globale. Coinvolgeremo studiosi di tutto il mondo per difendere questo patrimonio».












