
Con la campagna Mal’Aria industriale 2010 Legambiente lancia l’allarme sull’inquinamento atmosferico da attività produttive. Nonostante la procedura d’infrazione europea avviata nel 2008, il 75% dei grandi impianti industriali è ancora senza Autorizzazione Integrata Ambientale: su 191 impianti industriali solo per 41 è stata rilasciata l’AIA (21%), mentre per 143 il procedimento non si è concluso e per 7 è in corso sia la VIA che l’AIA. Tra i 41 impianti che hanno ottenuto l’AIA compaiono 32 centrali termoelettriche 4 impianti chimici e 3 raffinerie di petrolio). Nei 143 impianti ancora sprovvisti di AIA (pari al 75% del totale dei siti da autorizzare) ci sono 85 centrali termiche ma soprattutto 39 impianti chimici (il 90% di quelli in procedura di AIA) (tra questi alcuni impianti nel sito industriale di Priolo e il polo di Mantova), 17 raffinerie (l’85% del totale da autorizzare) – tra cui quelle di Gela, Milazzo, Priolo e Falconara- e le 2 grandi acciaierie dell’Ilva a Taranto e della Lucchini a Piombino L’industria italiana è la principale fonte di macroinquinanti scaricati in atmosfera ( almeno il 60% di cadmio e fino al 98% di arsenico).Per quanto riguarda le polveri sottili, le industrie emettono il 26% di PM10 su territorio nazionale, di 4 punti percentuali superiori a quello prodotto dal trasporto stradale e passando ai microinquinanti, 15% di benzene e 35% di nichel e almeno il 60% di cadmio e fino al 98% di arsenico. Oltre alle polveri sottili si emettono in atmosfera il 79% degli ossidi di zolfo (SOx) e il 23% degli ossidi di azoto (NOx), precursore della produzione del PM10 secondario e dell’ozono, inquinante tipicamente estivo. Quello denunciato da Legambiente non è un quadro consolante, soprattutto, perché in Italia l’inquinamento da attività produttive è visto come pericoloso si, ma indispensabile per lo sviluppo economico. Nulla di più sbagliato se l’industria insistesse sull’innovazione e la ricerca. Idem per le regioni che dovrebbero investire denaro e forze per la protezione ambientale e per lo Stato che dovrebbe spendersi di più per attivare importanti e seri studi epidemiologici nei siti a maggior rischio. E’ importante ricordare, inoltre, che l’Italia deve
rivedere i limiti di emissione delle diossine per tutti gli impianti industriali perché ancora oggi non linea con quanto previsto con la normativa internazionale (Protocollo di Aarhus).












